Parole

La sera del 27 novembre, dopo la chiusura dei negozi, Roma precipitò nel silenzio.
Avevo i polpacci gonfi e stanchi per tutte le scale che avevo dovuto affrontare all'uscita del Quirinale.
Volevo piangere, e speravo di riuscire a cominciare in tempo, perché qualcuno mi vedesse e si preoccupasse per me. Ero preoccupata? Non credo ci fosse più nulla che valesse quel sentimento.
Avrei dovuto dirigermi alla fermata dell'autobus e invece la sorpassai, con tutte le mie borse e i miei pesi, e non mi accorsi di essere intontita finché non arrivai a casa. Cinque chilometri completamente a piedi, non tantissimi, semplicemente inaspettati.
Sotto casa, prima di entrare nel portone, sentii una voce bassa e promettente. Non sentivo dire il mio nome da quella voce da due anni, e la contrazione che ne seguì fu ingiusta, perché crudelmente uguale a quelle che preparano al sesso.
Leo aveva trovato il mio indirizzo ed era venuto a cercarmi, e non riuscivo a immaginare alcun motivo valido per un'azione così folle.
- Io l'ho lasciata. Finalmente.
Finalmente avrei dovuto dirlo io. Lo disse lui lasciandomi senza battuta.
- Cosa vuoi da me?
- Nient'altro che te. Se lo vuoi.
- Hai pensato di piombare qua senza nemmeno accertarti che fossi libera?
- Non lo sei?
- Non è questo il punto. Ti sembra normale venire qua a fare questa dichiarazione?
- Finalmente l'ho capito. Dovevo rischiare. Dovevo venire a dirtelo.
- Sì, che mi ami e mi amavi anche allora.
- E però tu non mi hai risposto.
Avrebbe potuto far un gesto romantico, buttare là un abbraccio da film, un bacio definitivo, una lacrima liberatoria. Invece mi mise una mano attorno al collo. Sapeva che mi avrebbe fatto capitolare. Provai a non baciarlo, provai anche a non accostarmi.
Due anni prima ci eravamo sentiti, ma forse quattro o cinque anni prima era stata l'ultima volta che ci eravamo visti.
Mi era mancato il suo odore, e il rumore che facevano le sue labbra quando avevano urgenza di bisbigliare qualcosa all'orecchio. Mi erano mancate le sue guance morbide con la barba appena fatta.
L'ultima volta che ci eravamo visti ero andata a casa sua prima di raggiungere gli altri con cui dovevamo uscire, e lo avevo assistito come una sorella mentre si faceva la barba, lo avevo consigliato su cosa indossare, ci eravamo scambiati gli ultimi abbracci, prove generali di quelli che non avevamo il timore di scambiarci in pubblico.
La serata era andata bene, ma non sapevo sarebbe stata l'ultima.
E ora che era venuto a cercarmi, avevo un conto di arretrati di intimità da pretendere, non c'era fretta, non c'era paura.
Prima di cedere e di sentire le mie labbra attaccarsi alle sue come fonte d'aria, mi vidi prendere le sue mani, senza capire le mie stesse intenzioni. Le allontanai da me pur continuando a carezzarle con le dita.
Sì, era lui che doveva gli arretrati a me, era da lui che volevo restituita l'intimità anticipata, la mia, quella di cui aveva abusato.
- Vieni con me.
Prese le mie parole senza stupore, solo come piacevole sorpresa.
Sempre a piedi, sempre col silenzio che il 27 novembre mi aveva offerto, lo portai in giro per le strade, con la scusa di mangiare un boccone insieme, ma in realtà con l'intento di stancarlo. Non gli permisi di prendere la macchina prima, non gli concessi di tornare in autobus dopo, né tanto meno in taxi.
A notte inoltrata tornammo al punto di partenza, casa mia, ma con addosso una serata insieme, fredda e calda, vecchia come le nostre e nuova come nostra soltanto. In ascensore, salendo al mio appartamento al quinto piano, gli presi la testa fra le mani per rubargli un morso dalla bocca. L'avevamo fatto, a volte, in passato, di sfuggire i baci morsicandoci gli angoli della bocca: ora era la mia voglia, e non la mia coscienza, a chiedermelo.
Una volta in casa, gli sottoposi la mia richiesta senza mezzi termini.
- Non succederà niente.
- Non è importante, non sono venuto per quello, ma per stare con te.
- No, non hai capito. Non succederà niente finché non sentirò che mi avrai restituito tutta l'intimità che ti avevo prestato.
- Non sono sicuro di aver capito.
Allora, lentamente, cominciai a mostrarglielo.
Gli tolsi il cappotto e appoggiai borsello e sciarpa nell'ingresso. Lo presi per mano e mentre attraversavo il corridoio premurosamente cominciai a spogliarlo. Lui sapeva di poter fare da solo ma ovviamente la sua attenzione era tutta nel cercare di capire le mie intenzioni.
Prima di raggiungere la camera da letto, mi fermai all'altezza del bagno, accesi la luce, lo spinsi accanto alla doccia.
Mentre l'acqua calda piano piano gonfiava di vapore le pareti, mi dedicai a spogliarlo tutto, con devozione, con un calore preparatorio, ma senza malizia.
- Ora ti fai la doccia, e io ti guardo. Così imparo a conoscerti.
Rimase in silenzio, ma senza imbarazzo, e non ce ne fu per niente, in realtà, nemmeno dopo, nemmeno i giorni dopo.
- Devo guardarti, scrutarti, farti mio. Devo avere tempo. Ti ecciterai? Può darsi, non mi importa. Ti vedrò eccitato. Nessun problema. Non è quello il punto.
Sotto il getto dell'acqua era semplicemente stupendo. Mentre lo guardavo era davvero mio, erano le mie regole in quel momento ma ci si atteneva consapevolmente e col desiderio di farlo. Ebbi il tempo di guardare ogni cosa che mi era stata negata, e non parlo del sesso. Parlo di pelle, di gesti, di ingenuità, di intimità.
Appena chiuse l'acqua gli tesi il braccio per accompagnarlo fuori dalla cabina e asciugarlo, io, nessun altro, senza permettergli di farlo da solo.
Ancora tremante di vapore, lo portai sul letto, per infilarlo così, nudo, sotto le coperte, e restituirgli calore. Mi concessi qualche istante per sfiorarne l'intero corpo al di sopra delle lenzuola, sindone emotiva che speravo si sarebbe conservata.
Infine, lo coprii il più possibile, spensi la luce, e accomodandomi vestita sopra le coperte, sul fianco, accanto a lui, riuscii per la prima volta a sorridergli con tutte le mie lacrime. Era ormai il 28 novembre, e il silenzio era finito.

Resti, 08/01/2012 - 00:43

La sera del ventisette novembre non sapevo più chi fossi. Con un'unica maldestra azione avevo insultato me, ferito qualcuno, disprezzato qualcun altro. Faccio finta che non sia mai accaduta ma la mia spietata trasparenza non mi lascia in pace. Fossi stata in una città di mare, sarei andata di fronte a lui a farmi schizzare, a farmi urlare contro, a farmi giudicare. E invece la mia punizione era vedere tutto nelle mie mani, sentire il peso della sufficienza e vedermi negato il diritto alla vendetta. Io mi sarei vendicata, avrei voluto. Ma tu mi avresti impedito di farmi del male per giustiziarmi.
La notte del ventisette novembre ho dormito solo quando ho infilato la mia guancia nella tua mano, sperando che tu riuscissi a sospendermi al punto da crollare. C'eri. Io no, ma tu sapevi dove andarmi a prendere.
Non sono più riuscita a togliermi quella x rossa stampata addosso, non c'è niente altro per cui mi condanni a tal punto: dopo la sera del ventisette novembre, mi hai preso con te, hai coperto quella x con la mano e mi hai accompagnato per tutte le strade della città fino a dimenticarne il nome.

Catemera, 07/01/2012 - 16:46

Ho attaccato la musica per cercare un ricordo. Che è l'unico modo che io abbia al momento per dire qualcosa, perché passato ne ho tanto, presente molto poco, futuro zero. Il finto tango mi mostra una fotografia in controluce davanti alla finestra del secondo piano e mezzo sulla strada più trafficata e calda di Firenze, quando stavo cominciando a illudermi di aver trovato la persona giusta e la mia ispirazione cercava di darle forma di musa guardandomi con quelli che presumevo fossero i suoi occhi. Avevo una sola bocca e non bastava. Aveva un solo corpo e non mi bastava. Aspettavo che le giornate portassero via il nostro scoprirsi e scoprirci, aspettavo che diffondessero quella tranquillità che deriva dal conoscere le risposte dell'altro, o anche solo immaginarle. Scendevo in mezzo alla gente per andare a spostare le macchine nel giorno di lavaggio strade e mi sentivo sana, anche se stanca e incompiuta. Facevo tanti giri per trovare posto e guardavo tutte le persone che incrociavano il mio sguardo. Ero tra gli altri e non me ne pentivo. Quel giorno caldo a casa dei suoi amici mi prese le mani e mi trascinò a darmi baci senza aspettare di essere solo, e sul terrazzo inumidito dall'estate la città buia illuminata forte mi sembrò qualcosa a cui potessi sperare di appartenere. C'era perfino la sua vecchia fiamma, forse ce n'era più di una ma mi sentivo sicura. Era una rivincita sulle mie insicurezze.
Tornammo a casa tardi, più tardi del solito, e la stanza aperta sul buio rumoroso della strada di notte ci sembrò piccolissima.

Catemera, 06/01/2012 - 14:39

la notte del concerto non avevo più patti con nessuno, non dovevo niente al mondo e dovevo tutto a te, non so se te l'ho dato, non se se te lo sei preso e basta, io ho controllato e mi sembra che nelle tasche delle giacche non sia rimasto niente, non è rimasto niente nella borsa che avevo quella sera, non è rimasta traccia del mio passaggio sulla porta che ha sentito il peso della nostra urgenza, non ha sentito niente nessuno anche se c'era il ragazzo accanto a noi che mi mangiava con gli occhi ed era ipnotizzato da come strusciavo il bacino su di te, avevo giurato di non fare niente ma nessuno aveva reclamato la mia fedeltà e nessuno l'ha mai più voluta, e allora perché avrei dovuto preoccuparmene? non c'è nulla che non andasse fatto a parte l'unico rimpianto della mia vita che appartiene più o meno agli stessi giorni, il rimpianto per cui ero così sporca che sono dovuta tornare pulita infrangendo la mia inutile fedeltà con te. ti ho consegnato la mia ultima fedeltà, che era tua, che era quella che davvero avevo calpestato con le mie cieche voglie, te l'ho ridata prima che fosse impossibile dartela, prima che si richiudesse su se stessa. se ne hai fatto qualcosa di diverso dal chiuderla a chiave non discuterò, non ci sarà altro scontro, non ho mantenuto con me le prove del patto, l'unico modo rimane trasmetterlo a voce, io posso farlo con te, forse potrò, forse potrei, forse non lo farò.

Catemera, 03/01/2012 - 16:01

Il giorno finale le pietre sarebbero state il mio inizio, e io il loro fondo. Avevo la pelle innaturalmente bianca, tanto da non sembrare luglio. Io che mi sono sempre scurita come se non fossi bionda, ero pallida escavata, e chiara per consunzione. Non che non fossi stata al sole, ma il nero si era scolorito, come per eccesso di lavaggi. E quel che era fuori, si rifletteva dentro; no, non il contrario.
Il giorno dopo la fine, anzi, preciso: come una postfazione, si trattava di saldare le bollette e disdire i contratti. Presi a guidare la tua macchina per farti godere il panorama, e mi sembrava di stare in un cartone animato di Bruno Bozzetto, sentivo che al mio passaggio la strada si richiudeva dietro, si arrotolava, si sistemava a mo' di liquirizia, perché io odio la liquirizia finta e al termine del viaggio non l'avrei mai srotolata per riassaporarla.
Sulle pietre aguzze che mi graffiavano le gambe e il culo ero semplicemente immobile, come in preda a un'enorme ferita. Come? Lo ero. Sentivo che ad ogni movimento avrei generato fitte di dolore ai punti, ai lembi di pelle, agli organi interni. Me ne stavo ferma per paura. Il panino migliore del mondo al prezzo più basso mai visto finì per farsi strada tra le macerie delle lacrime ingoiate. Tu mi guardavi, ma io non c'ero. L'acqua scintillava, ma io non la vedevo.  Eri lì con me, e non so se io ero lì con te.
Risalendo gli infiniti chilometri il sole incendiato aveva bisogno di acqua.

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Resti, 02/01/2012 - 13:31

L'atlante dei luoghi emotivi è quel libro abbandonato da qualche parte dentro di me, che richiede manutenzione per non finire in briciole. Gli basta poco, essere rispolverato ogni tanto: poi c'è questo muscolo del fuoco mentale che passa in rassegna i fatti e decide cosa comprendere al momento giusto, cosa lasciare da parte, come muoversi e quanto tempo attivarsi. Sempre attivo, sempre vigile, sempre potente. Ma oggi è spento, è come se guardassi davanti a me e non mettessi a fuoco con gli occhi. Ci sono delle caselle da riempire, delle domande a cui rispondere, dei passi da studiare, ma sembra attivo solo il pilota automatico, che impara le tabelline senza capirle, ripetendole a memoria.
Scorre immagini senza senso prese a caso dal mio passato, proponendomi un nesso, di solito, mentre oggi no: oggi aspetto ancora che si accenda il settore dell'analisi. Cerco di capire che avrà voluto dirmi con le passeggiate primaverili durante la merenda a scuola, che non erano passeggiate, ma non lo sapevo, e mi vedevo solo le galosce ai piedi insabbiarsi nei terreni incolti attorno alla scuola, che pomposamente venivano chiamati giardini, ma con l'erba così alta che ci si immergeva dentro. La maestra avrà pensato che ero una bambina problematica, mi ricordo di quando ci? mi? comunicò che se ne sarebbe andata via per un anno perché era incinta, e il tono era proprio quello che si usa con un bambino che si crede non possa capire, con qualcuno di fragile.
L'atlante dei luoghi emotivi ha un'immagine stampata che non si sbiadisce mai, di un bambino con gli occhi ridenti e intelligenti che avrei voluto fosse mio amico e potrei non incontrare mai più. L'atlante non mente, il muscolo del fuoco mentale qualche volta sì. Si è dimenticato di mostrarmi qualcosa, lo so, lo sento: raccolgo i nomi e me li porto a dormire.

Catemera, 29/12/2011 - 18:57

Diciotto e tredici, un momento del futuro, la musica mi circonda, devo ricordarmi di rifare i cd dei Placebo, che quello che ho fatto ormai in macchina salta perché è rovinato, Jackie mi guarda dal davanzale, strizza gli occhi, io le strizzo il cuore, mi viene sonno, forse è una reazione, forse spegne l'interruttore. Diciotto e quindici, il cuore batte nello stomaco, il tè si sta raffreddando, I can see for miles in your eyes, non era niente, solo i colori dei post-it che mi girano addosso in arcobaleno a rate, ho staccato una fetta di cervello per scrivere in automatico, ho le ginocchia ancora fredde ma il livido sulla gamba che si gonfia e tira, Daniele ce la farà come ho fatto io, oggi ancora non ho cantato, ma che dici, certo che hai cantato, e c'era il sole giusto, sereno, devoto, attrezzato alla notte, io mi preparo a esser cieca, a cercare le risposte, ad aspettare i sorrisi, un sorriso, me ne basta uno per mettermi a piangere, alle diciotto e diciannove si può fare solo questo.

Resti, 27/12/2011 - 17:20

Otto minuti per decidere di parlare, di fermare il nodo alla gola, di scomparire senza smettere di esistere.
Sette minuti per scegliere le parole, per guardare le mie dita e fermare lo scoppio che potrebbe aprire un nuovo capitolo.
Sei minuti sono già passati e non posso contare più velocemente anche se dentro qualcuno vorrebbe farlo.
Cinque minuti per fermare la corsa delle dita e quelle del cuore che pompa.
Quattro minuti non raccontano ancora niente di me e sembrano aver raggiunto quasi lo scopo.
Tre minuti dovrebbero essere sufficienti a ricordarmi il mio nome, e cosa avevo guadagnato con la fatica del dolore.
Due minuti mi restano allo scoccare del traguardo di una prima calma.
Un minuto, per dire che non è colpa di nessuno, è stato merito nostro, non cambierei nulla.

Catemera, 24/12/2011 - 22:58

Arrivai trafelata all'inizio del corridoio, solo per vedere la tua schiena dimenticarsi di me. Era la fine di febbraio e non c'era alcun freddo che ci rendesse piacevole l'attrito. Era per sempre e non trovavo più gli interruttori. Salendo le scale avevo trovato quella nebbia strana che l'ospedale faceva entrare a volte, quella nebbia che serviva a mimetizzarsi per non rischiare di incontrare volti noti, e invalidare tutto il lavoro dei medici.
Eri sempre stato tu quello contrario a questo genere di cose, dicevi che era contro natura e che l'essere umano non dovrebbe alterare poi così tanto lo stato mentale in cui nasce, che già ci pensa da solo con tutte le paranoie che è portato a farsi durante la vita.
Stavo per non salire. Ho parcheggiato poco lontano, poi al cancello di ingresso mi sono appoggiata alle sbarre e mi sono chiesta se avessi il diritto di interferire, solo perché in quanto parte offesa mi sentivo chiamata in causa. Non ero la ragione della tua scelta di cancellarmi, anzi, era solo un effetto collaterale. Nella tua visione distorta era un atteggiamento puramente egoistico, quello di cancellare i tuoi sbagli perché dimostravano che non avevi voluto accettare i miei consigli. Questione di orgoglio: io preferivo pensare che non volessi ricordare di avermi fatto del male, visto che io avrei continuato a ricordare tutto.
A un certo punto una macchina con dentro qualcuno di importante si avvicinò al cancello per entrare; ero così distratta che quando col telecomando lo fece aprire, per poco una delle due ante non mi prese in volto. Un po' smarrita ma ancora indecisa, entrai e mi avviai su verso il tuo reparto. Nella nebbia pensavo ancora di avere il tempo di decidere: alla fine delle scale avevo praticamente giurato a me stessa che ti avrei fermato, o che almeno mi sarei fatta vedere, visto che, come mi avevi raccontato prima di iniziare la procedura, ti avevano raccomandato di non fare alcun incontro nella prima mezz'ora, perché era la fascia di tempo critica in cui vedere volti noti era rischioso, e si correva il pericolo di sconvolgere la fase di creazione della memoria alternativa.
Ora so che non avresti dovuto dirmelo, anche perché in quella mezz'ora c'erano solo quei dieci secondi di rischio, in cui saresti stato accompagnato dalla camera di lavaggio a quella di attesa, protetta all'ingresso da due guardie, proprio per evitare ospiti inopportuni.
Avevo appena deciso di volerci provare, ma ovviamente non conoscevo questi particolari. Immaginavo fosse tutto semplice, che il personale medico si fidasse e fosse moderatamente attento. Ma dal fondo del corridoio mi resi conto che avevo poco tempo.
Raccolsi le energie e cominciai a correre, mentre tu imboccavi la curva che ti avrebbe portato alla stanza di attesa: quando arrivai alla stessa curva, fu un istante capire che non avevo più possibilità di convincerti, e che tutta la mia voglia non mi avrebbe ridato indietro i nostri giorni.
Mi fermai, ansimante, con la schiena a riposare al muro, e le due guardie con dolcezza mi sorrisero.

Resti, 23/12/2011 - 15:58

Quel grido. Quel grido mi copre tutta, dalla testa ai piedi. Smetto di pensarci e lui vuole pressarmi, vuole aprirmi, vuole diventare me. Non sono io la fonte, ma vuole diventare parte di me. Vuole farmi male. E io che cerco in tutti i modi di non farmene. Ho congelato tutte le parti di me accuratamente, per evitare che accadesse, per evitare che mi facessi anche inavvertitamente del male. Non ci sono riuscita. Quel grido è dietro di me e potrebbe raggiungermi e potrebbe diventare me.
Non voglio dolore, ma mi hanno sempre detto che se mi sporgo troppo, è una questione fisica, la testa pesa di più. Per cambiare dovrei scegliere definitivamente di immaginare. Immaginare le storie che mi rendono felice, che mi emozionano, quelle che viste altrove vorrei fossero mie. E però se ci provo, da me non escono. Io sono quello nella foto, vedi: il secondo da sinistra, in piedi. Mi si vede appena, ti devi concentrare. Sono dietro, vedi, dietro, e dietro voglio stare. Non ricordo più quando ho deciso di stare dietro. Ma mi sono stufata.

Catemera, 19/12/2011 - 11:05

A furia di guardare cose in lingua originale, certi concetti cominciano a sembrare molto più semplici da esprimere in lingua inglese. Overreacting mi sembra una parola bellissima. Odio l'inglese ma devo ammettere che ha una capacità di sintesi a volte sconosciuta alla lingua italiana, che però ha il pregio delle sfumature.
A volte nella testa comincio frasi in inglese e mi blocco solo perché non immagino a chi dovrei indirizzarle, formulate così. No matter what, devo finire la frase che ho in testa. Forse a volte mi sembra più naturale dirle in inglese perché parlare in un'altra lingua mi dà la sensazione di condividere un segreto con qualcuno, così come una volta dissi al telefono Je vais parler avec toi per non far capire a chi mi stava davanti che l'argomento in questione sarebbe stato lui. I need to talk to you but don't worry. Parlare in modi diversi dal solito e in una lingua che non tutti  possono capire è come creare un'intimità con qualcuno, ci vuole un attimo, dentro o fuori, con me o con gli altri. This has always been the way to get closer to someone. But, since I fail, probabilmente non serve a molto. Perché per quanto mi manchi il contatto fisico, l'attrito, il calore condiviso con un altro corpo, l'aggancio mentale, la battuta repentina, occhi negli occhi, ci siamo capiti, don't say a wordit's what I miss most of all.E dal momento che non posso reagire a un vuoto di cui sono responsabile, I just can overreact, parlando in inglese per far capire solo a me.

Catemera, 14/12/2011 - 20:29

Sono le chiavi di un’abitazione della quale non resta più pietra…
[Anna Achmatova]

- La signora è di Acquaviva?

Ancora non mi abituo. Non mi abituo al fatto che mi si chiami signora. Non è vanità, è che mi sento infantile.
Ma la gente interpreta i miei anelli come segni certi del mio status, e io me lo dimentico.
Il nome Acquaviva per me ora ha solo questo ricordo attaccato: una sosta in autogrill prima di far fondere il motore.
Il benzinaio per fortuna mi aveva fatto notare la puzza di olio bruciato consigliandomi giustamente di cambiare l’olio.
Olio e acqua. L’uno dentro, l’altra fuori.
Mi ero fermata in stazione con gli occhi gonfi di pianto, quanto lo possono essere dopo uno scroscio a dirotto, direttamente da dentro, senza passar per gli occhi. Ero quasi stupita che fossero gli occhi, a essere gonfi, e non qualcos’altro. Quanto lo possono essere dopo un pianto a dirotto, nel bel mezzo dell’estate, col caldo che ti asciuga le lacrime prima che riescano a bagnarti i vestiti.
Gli occhi rossi e gonfi impressionano sempre, e certo avevano turbato quell’uomo.
Io, non avevo capito il senso della domanda.
Nel mio vuoto lui ripeté con cortesia:

- La signora è di queste parti?
- Ah! Ho capito.
- Mi sembrava un volto familiare, non so, magari vive da queste parti.
- No, decisamente no.
- Mi scusi, non volevo infastidirla. Somiglia molto a una ragazza che vedo spesso ad Acquaviva.
- Non mi ha dato fastidio – dissi sorridendo.

La signora è di acquaviva. Ne sono fatta, sì.
E di acqua viva dentro di me ce n’era tanta quel giorno, ma ho dovuto buttarla fuori, e purtroppo non ce l’ha fatta: non si è salvata, è morta.
L’altra Acquaviva, quella con la maiuscola, mi faceva rabbia. Pur non conoscendola, ero furiosa per il fatto di doverla associare a qualcosa di doloroso. Di dover associare un nome così bello e musicale a cose così penose.
Quel giorno venivo direttamente da Taranto o quasi Taranto.
Dovevo tornare solo a Napoli, era poca cosa.
Eppure, ebbi la tentazione di farlo, ma passando da Firenze. Sì, non il contrario. Di arrivare a Napoli risalendo l’Adriatico e ridiscendendo dall’Appennino. Sarebbe stato il mio viaggio privato. Ero partita così presto che ne avrei avuto decisamente tutto il tempo. La macchina e l’autostrada mi rendono sempre follemente coraggiosa.
Come in tutti i viaggi di distacco, riaccendendo la radio ci trovai Sting. La solita beffa crudele.
Alle sei di mattina, l’alba su Taranto mi aveva inseguito. Avevo faticato molto a distinguere le sfumature di colore, con gli occhi appannati.
Con tutta quell’acqua viva, avrei voluto spegnerla.

Resti, 13/12/2011 - 20:23

Oggi vorrei spegnermi e riaccendermi all'inizio di un miglioramento. E invece no, rimango qua ad aspettarti perché penso abbiamo cose da dirci e vorrei sentirle tutte. Resto in piedi, muta a cercare di identificare il nome di ogni mio desiderio, cercando di riconoscerli tutti per riuscire a presentarteli. Ricordi quando eravamo tristi e seduti in fondo al letto, ce ne stavamo abbracciati senza guardarci in faccia, aspettando l'affievolirsi di un dolore? Non era così male in fondo.
Ascoltavo il sangue sotto la pelle, il battito indeciso e il respiro colmo d'ansia: mi sembrava tutto un pulsare, a causa del silenzio. Fissavo la mia mano all'incavo del tuo gomito senza mai diminuire la pressione, tu lo facevi con la mano sul mio collo. C'era quella specie di tregua passeggera, fatta di un giorno forse due in cui la complicità vinceva sul disagio.
C'era infine la consistenza setosa del tuo pullover che mi dava la sensazione volessi sfuggirmi, e mi aggrappavo di più, fino a farti male, fino a farti fuggire davvero. E il fatto è, non pensavo fosse simbolico.

Catemera, 13/12/2011 - 15:08

C'è stato un momento in cui non sapevo più chi ero, e valeva per tutti, eccetto uno. Quell'uno non ero io, sicché cercavo di specchiarmi il più possibile per leggere cosa stavo diventando. Un semplice gesto non bastava, non mi bastava, avevo bisogno di sentirlo descritto da chi ne conosceva il significato. Avevo qualcuno che faceva il mio specchio e voleva avvicinarsi a me fino a entrare nei pori del viso. Io lo aspettavo, lo accoglievo, lo usavo e mi facevo usare per poco tempo, per poche gioie, per molti tormenti. Ma quando andava via non vedevo più niente.
Se avessi visto i suoi occhi percorrere le mie ginocchia, studiare le mie mani, odorare ogni pelo e scrutare i miei occhi.
Se avessi avuto il tempo di srotolarmi su un tavolo, a guisa di mercanzia da scegliere, pronta a finir pasto veloce consumato senza piacere.
Se potessi ora appoggiarmi allo schienale di una sedia con una stanchezza automatica, per sentire che in questo esatto istante lui ha di nuovo bisogno di me.
Sentirei di tornare a godere del mio cervello, e potrei perderlo di nuovo. Ma il giorno dell'addio lui tenne l'anello e non restituì le risposte.

Resti, 12/12/2011 - 17:49

Quando guardavo la mezza luna che pretendevo di chiamare di profilo non stavo ragionando in tre dimensioni. La luna di profilo si nasconde oltre che dimezzarsi. La luna di profilo è una fetta che non racconta nulla, è un richiamo che comincia appena ad esporsi, per poi riscivolare tra le nuvole di una serata addormentata tra i ronzii.
La prima metà della luna mi consigliò erroneamente di darle questo nome, di profilo, perché pensavo di essere già a buon punto. Ricordo di aver detto 'se non sai qual è il profilo migliore è come non averlo' e pensavo a metà luna.
Restai ferma in attesa della seconda metà. Chiedevo speranze, volevo assaggiare i segreti e mescolarli coi miei, e dimenticarne l'origine. Sapevo di poterla affrontare, gestire, riscattare. Ma la sua velocità di rotazione era maggiore della mia: appena si sentiva rincorsa, scoperta, denudata, andava avanti di un grado, e io indietro di due.
La terza metà della luna è vivace, coraggiosa, battagliera e solare. Per questo, ne sono sicura, non sarà mai visibile: fa concorrenza al sole, ne porta addosso le tracce. Ha voglia di mostrarsi, ma ha bisogno della prima metà per farlo, e quindi la rincorre in un eterno affanno, che rende impossibile accorgersi della sua presenza.
L'ultima metà vorrebbe essere chiamata quarto, in tutti i sensi, per tutti gli occhi: ma è troppo complice della prima per averne diritto. L'ultima metà, sospetto, è quella che ha preso tutte le mie metà e le ha condannate a divenire quarti, con i loro spigoli, il loro equilibrio instabile, i loro lati taglienti. E la mia luna ha finito per essere uguale a tutte.

Catemera, 08/12/2011 - 22:58

È come quando qualcosa si rompe, un lenzuolo si strappa, un piatto urta nel lavandino perché scivola tra le mani e rimane sbeccato. Anche le certezze possono subire incidenti, e rimanere da quel momento in poi storpie o non del tutto sane. In questo modo sono meno salde. Continui a usare il piatto sbeccato, la tazza a cui è caduto il manico, la ciotola che si sta crepando e prima o poi si spaccherà in due. Non ti accorgi che le rotture si sommano e rendono instabile tutto il mondo attorno.
Anche dalle persone non ho avuto tempo di riprendermi. C'è chi mi ha sbriciolato la sicurezza nelle mie scelte, accusandomi di scegliere troppo, e prevaricare, chi ha volutamente minato la bellezza che avevo finito per vedere dentro e fuori di me. Non sono più stata in grado di riprendermi, non ho ricostruito quei tasselli e ho navigato sulla zattera dei rottami.

Ieri notte cercavo di capire perché, stesso letto, stessi cuscini, stesso materasso, la mia camera mi sembrasse così poco accogliente, il letto così respingente e freddo. Poi ho capito che non volevo vedermi addormentare nello specchio di fronte, quello dell'armadio. Non volevo correre il rischio di perdere la ragione a fissare i miei occhi ciechi nel buio. Non guardo mai gli specchi di notte, mi spaventa la mia immaginazione, mi ha fatto troppi scherzi durante l'infanzia.
Ho cercato un modo familiare per addormentarmi, mi sono guardata le dita, le mie proverbiali dita, ora trascurate e rivestite di pelle così secca da essere irriconoscibile. Volevo che le mie mani mi parlassero di me, e lo facevano nel modo peggiore: rivelandomi quanto mi stia abbandonando da sola. Mi sono addormentata, come spesso accade, pensando a qualcosa da scrivere, qualcosa che lì per lì sono sempre troppo pigra per correre ad appuntarmi, ingenuamente convinta che lo ricorderò al risveglio, qualcosa che ovviamente stamattina avevo perso, avevo rabbiosamente dimenticato, e ho invocato a lungo. Mi sono addormentata dicendomi che sono in grado di far andare le cose meglio, e ho deciso che volevo sognare. Ma nel sogno mi allontanavo da casa fino al punto da dimenticare volontariamente la strada del ritorno.

Catemera, 06/12/2011 - 22:06

La tua felicità non è la mia, ma un po' della mia infelicità potrebbe essere la tua. Non siamo mai stati fratelli e non saremo mai altro ma pensavo tu avessi un obbligo nei miei confronti. Leggendo le tue parole, guardando i tuoi occhi e ascoltando la tua bocca non vedo traccia di questo. Esposta su un muro senza protezioni, sono alla mercè di coltelli, frecce, occhiate e anche sputi. Nessuno dei quali potrebbe cambiare il bisogno di essere normale, alla fine dei giorni in cui denuncio la mia totale estraneità ad ogni norma.
Perché sembri aver dimenticato tutto? Non mi sono ancora spenta del tutto. Ma per le strade, in mezzo alla gente, ho ancora la percezione ovattata dei sogni, raccolgo frammenti di conversazioni, fotogrammi di sguardi, movimenti come coreografie, e non riesco a fare a meno di chiedermi se tutto continua a esistere anche in mia assenza, o se quel che vedo non sia prodotto malato della mia mente, irreale come cercare di parlare agli attori di un sogno.

Non ti rendi conto che ho meno di te perché, semplicemente, non ho te?

Catemera, 04/12/2011 - 18:26

Le parole quando escono fuori in realtà scendono, scendono fuori dalla bocca, si sporcano, vacillano e cadono a terra. Le raccolgo e te le consegno ma la maggior parte delle volte mi sbaglio, inciampo, le rompo e alla fine te le lascio, ma sono sbagliate. In quel momento vorrei essere trasparente, e smettere di essere guardata. L'unico momento in cui vorrei essere femmina, perché con lo scudo femminile posso difendermi. Perché con lo scudo femminile ho il diritto di essere debole, invece di indossare quello maschile e attaccare, e faticare finché non ho finito, finché non sono certa di essere al sicuro. The more I get close to what I want, the more I run away. Ma non è tirarsi indietro. È rifiuto di qualcosa che non posso avere nel modo in cui voglio, nella misura in cui avrei bisogno. Al crescere del bisogno di contatto, del bisogno di affetto, di persone, sviluppo un comportamento respingente. La voce canta e le parole si attorcigliano su se stesse.
Una volta tra un trasloco e l'altro ho trovato in un libro della parole piccolissime, ma così piccole che quasi stavano cascando in terra. Le ho prese in mano, le ho srotolate, e mentre le toccavo ho sentito che erano mie, e che non potevo abbandonarle in quella casa. Poi srotolandole ancora ho sentito che erano ancora un po' sue e che era rimasto con me, e che almeno una di quelle cinque lettere era ancora nostra, anche se la carta si stava distruggendo. E ho sperato che anche i silenzi di cinque lettere avessero un persempre.

Catemera, 03/12/2011 - 22:55

Non ho mai perso la maledetta abitudine di appuntare mentalmente tutto, di elencarmi ogni giorno cosa devo fare indipendentemente dalla priorità, dalla gravità, dall'importanza. E così le mie liste scritte e verbali diventano enormi e vengono abbandonate. E la relatività scompone tutti gli ordini di cose: una cosa dimenticata, ma di priorità inferiore, finisce per farmi sentire in colpa, mentre una cosa urgente e importante trascurata anche a lungo comincia a far parte dei doveri che finirò per abbandonare, mio malgrado, con un senso della responsabilità marcio e stravolto.
Ma la categoria peggiore sono i doveri periodici. I doveri periodici e quelli intimi, personali, naturali, sani. Ricordati di lavarti, ricordati di nutrirti, ricordati di proteggerti chiudendo la porta la sera. Quelli che dovrei scrivere su un fottuto pezzo di carta ogni giorno e se anche li cancellassi, la mattina dopo si riscriverebbero magicamente da soli, ricordandomi che sono sempre perennemente periodicamente inadempiente.

Più ci rimugino più mi sembra diventare lentamente un meccanismo metaforico. Mi immagino doveri verso le persone, verso le cose, verso me stessa, mi immagino sentimenti e affetti che non basta affrontare una volta, che richiedono impegno continuo, che ci vorrebbero sempre vigili e sempre al cento per cento delle nostre risorse, mi vedo di fronte a delle prove da superare sempre, come se non fossero mai compiute, come se ogni traguardo difficilmente raggiunto non fosse altro che uno step di qualcosa senza una fase finale, serena, tranquilla. Risalire dal baratro doveva solo abituarmi a compiere gli sforzi necessari alla sopravvivenza, non autorizzarmi a concedermi una sosta. Posso forse vivere di quella spinta ma prima o poi la gravità mi pretende giù attraverso l'acqua e senza un continuo vitale slancio verso l'alto, aver affrontato il baratro non sarà servito a nulla. Nessuno ha diritto a vivere di rendita.

Catemera, 01/12/2011 - 15:43

Conforme. Quando mia madre mi aspettava voleva un maschio. Quando aspettava mio fratello due anni dopo voleva una femmina. Obbediente alle aspettative, middlesex, capatosta, disobbediente a tutto il resto, ambivalente, probabilmente bipolare. Ho assecondato i desideri e i bisogni noti e anche quelli inespressi di chi mi amava concependomi e poi aspettandomi sapeva che mi avrebbe amato comunque. Ho cercato di dare forma a me guardando l'unica forma che avevo a disposizione, e poi ho cominciato a scavare dentro per capire cosa c'era di predisposto e organizzato e quali margini di modifica avevo tra le mani.

Non conforme. Dopo, non ho mai amato conformarmi pur mentre ne soffrivo le conseguenze. Mi sembrava di confondermi invece che amalgamarmi. Non amavo le feste, i festeggiamenti, la discoteca, le uscite in gruppo eppure desideravo allo spasimo assaggiare il senso di appartenenza, il mescolamento; immagino però che l'unica sua forza fosse quella di tener tutto insieme come un collante, senza che alcuno dei legami potesse diventare più intenso e profondo, perché avrebbe sbilanciato il gruppo e generato una gravità propria troppo intensa. Mi accorsi in ritardo che gli altri compagni di classe di pomeriggio si incontravano, si cercavano, facevano gite o viaggi insieme, si tenevano in contatto d'estate, e non perché non fossi una persona interessante, ma perché non ero io a farlo con loro. Mi accorsi troppo tardi anche di piacere agli altri, quando ormai gli altri erano andati via e il nostro quotidiano era roba passata. Come, non te ne sei resa conto? Ci piacevi, a noi maschi della classe, tu piacevi tanto a tanti di noi. Eppure chissà che effetto respingente devo aver fatto, sempre così pronta a puntualizzare la mia differenza, sempre così sicura di non voler accettare le convenzioni solo perché erano quelle che mi avrebbero tenuto dentro al gruppo.

Conforme. Il mio primo ragazzo fu scrutato con ansia, atteso, sondato e esplorato dalle mie compagne quasi più che da me. In quel momento era solo qualcosa che mi andava di fare, mentre per loro era la dimostrazione che arrivavo ad una tappa della mia vita in modo più o meno analogo al loro, e quindi sembravo più strana e alienata nelle apparenze, di quanto non fossi in realtà. Certo, probabilmente avrei potuto migliorare in seguito, suppongo che la bruttezza del ragazzo fosse compensata, per loro, dal fatto che aveva otto anni più di me e quindi per questo meritavo rispetto. Suppongo che questo facesse aumentare i punti sulla mia scheda personale. Ebbi con lui una prima volta banale, non particolarmente intensa, ma non quella che raccontai a loro, un paio di mesi prima di quella vera. Non furono davvero bugie, solo omissioni. Tutta la preparazione alla giornata era stata reale, ma arrivati al punto c'erano stati degli intoppi e avevamo rimandato. Avevo così tanta voglia di non sentirmi più la loro ansia addosso che semplicemente conclusi frettolosamente il racconto, come se non avessi più voglia di scendere nei particolari. A loro sembrò bastare.

Non conforme. La mia prima volta, quella vera, venne poco dopo. Non so se dall'esterno sembrai assumere atteggiamenti diversi, non so se cambiai al punto da permettere loro di cogliere qualcosa. Certo è che, innamorata o no, appagata o no, grande o piccola, venne fuori di più la mia natura goduriosa, aperta e libera. Priva dell'ultimo inutile tabù del pudore e della pudicizia femminili e meridionali, pur senza ostentare cominciai a rispondere alle loro domande, e a srotolare le risposte senza filtro. Peccato: peccato nel senso di 'purtroppo, non l'avessi fatto' e nel senso proprio del termine, quello che pur senza identificare esattamente perché; mi appioppava una non ben identificata colpa, legata alla mia trasparenza, cosa a cui nessuno era abituato all'epoca. E pochi lo sono ora. Un giorno, a seguito di un'infelice battuta di un professore (cos'hai oggi che sembri tutta eccitata) tutta la fila delle persone con cui ritenevo di poter parlare sghignazzarono al suon di 'certo, si eccita facilmente lei' bisbigliato da una di loro. Non me ne resi conto finché non me lo raccontarono altri. Il mio ragazzo era brutto e quindi la capacità di eccitarmi non dipendeva da lui, ma dalla mia 'colpa'. Ero di nuovo me stessa, apparentemente dentro, in realtà mai del tutto per desiderio di puntualizzazione delle mie idee.

Materiale sano e magari anche funzionante, ma obsoleto o che non rispetta tutte le caratteristiche e gli standard richiesti dalle leggi del momento. Ho tenuto gli occhi aperti, con tutte le lacrime dentro, e continuo ad aspettare il momento che almeno una di loro abbassi lo sguardo per il disagio, e non il contrario.

Resti, 28/11/2011 - 20:22

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