Parole

Ho perso il conto dei tempi sospesi. Quando cominci a baciare qualcuno e nel giro di qualche istante è passata mezz'ora di baci e ti aggrappi alle sue ginocchia e però sarebbe ora di ricominciare a baciarlo. La sensazione più comune che mi rimane nel quotidiano è l'accumularsi di sensazioni immaginate. Immaginare di conficcare le unghie in un jeans, immaginare il rumore che fa il jeans, immaginare il fastidio delle unghie che strusciano, immaginare la differenza tra caldo e freddo quando finalmente toccano la pelle, i peli delle gambe, il nodo delle ginocchia. Ricostruire in testa le venature degli occhi, di un paio di occhi qualsiasi, sentire battere il cuore spaurito quando ad ogni istante le pupille tremolanti si voltano a sinistra a destra a sinistra e ancora a destra con la stessa fragilità con cui un uccello finito per sbaglio in casa accetta di farsi prendere tra le mani e prima di morire d'infarto si fida e si fa liberare. I tempi sospesi dei pomeriggi passati a chiacchierare o ad ascoltare musica rendendosi conto del trascorrere delle cose solo perché si fa buio e le luci cominciano ad accendersi. Odio l'inverno che si avvicina anche se per ora mi promette di rimanere un po' più caldo, odio il freddo che dovrò fronteggiare perché l'unico motivo per me per riuscire a superare il freddo è ucciderlo insieme al caldo di qualcuno. Odio la mia camera da letto fredda perché non basto io a riscaldarla, e le lenzuola cedono alla mia temperatura solo a notte fonda, loro cedono ma io non mi arrendo.

Catemera, 27/11/2011 - 17:09

Quella volta che anche se si stavano deteriorando i rapporti, Mattia mi venne a prendere alla stazione per andare al lavoro insieme perché una donna si era buttata sui binari del treno e non potevo proseguire per l'ufficio. E ci mettemmo a cantare perché nonostante tutto c'era una sintonia generazionale così bella tra noi che ci si capiva al volo. Luigi è geloso. Mattia stravede per te, non te ne rendi conto? Sei la persona perfetta con cui lavorare e saresti perfetta anche come amica. E allora ci mettiamo a cantare in macchina e cambia cd, cambia l'altro, mette Moulin Rouge e finiamo per cantare a squarciagola come due adolescenti emozionandoci con gli occhi lucidi sulla voce di Ewan nel punto più bello di Your song. I momenti magici devono durare poco, di quello non ne abbiamo più parlato, non ci siamo più parlati, spero lo ricordi con lo stesso piacere che ho io.

Quella volta poco dopo il trasloco da un ufficio all'altro che ebbi la sensazione che Gabriele fosse sul punto di perdere il controllo e fare qualcosa, mai più accaduto, soprattutto quando poi l'ho cercato io e non sono la persona che riempie un tuo vuoto, non voglio esserlo.

Quella volta sulla porta di casa che Marianna e Walter se ne andarono per tornare a casa e sul terrazzo feci la pagliaccia come sempre chiedendole un bacio e lei finalmente mi baciò forte le labbra per poi fuggire, ma tornò indietro a darmene un altro ripetendo 'no, aspetta, ancora' scegliendo di non far diventare Altro il nostro Altro.

Quella volta che il professore di educazione artistica mi portò un disegno da parte di un alunno di un'altra classe che non si è mai fatto vivo.

Quella volta che Antonio appena patentato venne a trovarmi fino a casa l'estate prima dell'università e c'era anche suo cugino ma io non me lo ricordo perché volevo troppo bene a lui, e ora l'ho perso.

Resti, 25/11/2011 - 13:01

Non si amarono più.
Non ebbero una scusa qualsiasi per passare del tempo insieme, solo per gridare a tutti che insieme, stavano davvero bene.
Per ogni strada, non si guardarono intorno aspettandosi di essere guardati come due innamorati speciali.
Quella sera di un mese quasi estivo non andarono insieme al concerto blues, la prima sera del festival.
Non aspettarono dubbiosi le prime canzoni per sentire se valeva la pena rimanere. Non si stupirono della cantante, dei suoi piedi scalzi dopo i primi tentativi col tacco alto. Non si guardarono complici dopo averle fissato il culo a punta infiocchettato nell'unico vestito femminile della sua vita. Non si capirono al volo come sempre, dopo aver immaginato entrambi che solo nei concerti lei accettava di vestirsi a festa, al contrario di tutte le prove a piedi nudi in jeans.
Al primo blues riconoscibile non poterono emozionarsi e tremarsi accanto. Alla seconda canzone, sconosciuta, non ebbero modo di fremersi le mani l'uno dentro l'altra, mentre la scoprivano.
Verso le note finali del concerto non si diedero calore per bilanciare i brividi dell'umidità... e quelli dell'ultima chitarra.
Non fu quella calda voce americana né l'armonica ruffianamente straziante a stordirli e farli sentire una cosa sola.
Nel pub dove andavano sempre, altre gambe si avvinghiarono sotto al loro tavolo, noncuranti della stanchezza della cameriera, solo per la voglia di non staccarsi mai, davanti all'ultima birra che non furono loro a bere.
Non mescolarono le canzoni appena ascoltate all'ultimo programma radiofonico notturno, che passava a basso volume durante la chiusura del pub. Le loro mani, non erano vicine al punto da fondere guancia con guancia. I loro pensieri, non erano fusi con il borbottio dei passanti, i loro desideri non furono rumorosi tutta la sera sotto ogni singolo sguardo giudice.
Sulle sponde del fiume, non si tolsero le giacche per poi finire per scambiarsele, e arrotolarcisi dentro, nel tentativo di riscaldare tutto il buio.
Sulla strada di ritorno, l'ultimo portone vuoto fu rubato da un'altra coppia, e non furono loro a insudiciarsi le giacche per scambiarsi un paio di baci rubati alla notte, da rivendere al giorno.
Non furono loro, gli amanti che i miei occhi  di odio e resa invidiarono quella notte. Stretti, nel mio cortile, a ribaltare il mio mondo.

Resti, 24/11/2011 - 23:30

vorrei sapere
se ricordi la data
del nostro primo incontro
e quella dell’ultimo

vorrei sapere che ne hai fatto dell’anello

vorrei sapere
se ricordi quel pomeriggio
sul letto, a cucchiaio
in cui io ti provocai un’erezione
mio malgrado
e tu i brividi a me
soffiandomi colpevolmente dietro l’orecchio

vorrei sapere se hai mai raccontato tutto a qualcuno

mi fermo a immaginare
cosa provi ascoltando la musica
ora che non lo facciamo insieme
e poi mi fermo e basta
perché non riesco a sentirlo

vorrei sapere, ancora,
se ricordi la consistenza delle mie nocche
dentro le tue
e il calore unto del mio collo
sotto le tue dita

mi piacerebbe sapere se il tuo profumo senza profumi è cambiato

vorrei sapere
se ancora ti fanno male
quelle liti notturne troppo lunghe
di ritorno dal campeggio
e se hai pensato davvero
ch’io avessi perso un’occasione
sulla strada per Isernia

niente più segreti e soprattutto niente più menzogne a me stessa

vorrei sapere
se ti mancherebbe ancora il fiato
a rileggere gli spazi
che avevamo lasciato insieme
su quel timido foglio bianco
e se ti staccherebbero ancora il cuore
i miei sguardi lucidi silenziosi e impossibili
nello specchietto retrovisore

vorrei farti domande che ho bisogno di sentir gridare dalla mia voce

vorrei sapere se chi ti ama ha paura
perché io che ne ho avuta, di amore sono morta

Resti, 24/11/2011 - 22:46

un appunto senza senso scritto solo per dimenticare, dimenticare le targhe delle auto imparate per pochi minuti o le curve dove puoi non rallentare
un appunto per non ricordare e potersi in futuro stupire, scaricare banalità da togliere di dosso, cose di cui stupisce il solo fatto che ancora stupiscano
quel bianco che avrei giurato di non apprezzare mai di un posto troppo esteso da far contenere agli occhi

poi di notte riemergono voci e volti di persone che restano come caldo o freddo persistenti, i “ce l’ho fatta” oppure “ho gettato la spugna” che, detti con fermezza, non vogliono più smorzarsi

ma la gente non vuole passare mai e forse dovrebbe, la gente che segna e scompare a cui potrei offrire un posto

e se ascolto vengono briciole, di questa gente, ad aver voglia, pure più che briciole e da principio ricordo tutto, da principio sono solo io, con la mia memoria inutile
poi, mentre dimentico, riappare la mia unica voglia che contiene un conto unico valido per tutti: un’ultima scena che cambi il senso della storia, un rischio, un cuore in allarme, una vittoria, occhi bagnati in cerca di fuga dal tuo sguardo, occhi stanchi ma senza voglia di riposare, la risata che non trattieni e crea contagio e infine, l’ultimo sorriso della giornata.

Resti, 24/11/2011 - 22:44

Volevo dirti che ti amo.
Ovunque tu sia, chiunque tu sia.

Resti, 24/11/2011 - 22:12

C’è uno scarto, nella mia vita, ma non ne voglio parlare.
Vorrei parlare di Venezia e della sua acqua su cui è irragionevole pensare di dire qualcosa. Magari anche di altro.
Ma non mi va di parlare.

Quindi trascrivo.
Perché si gode a colori ma quando si soffre non ci sono colori, in giro.

29/07/2005

11.40
[...] Io spero che vada tutto come fa più male a me. [...] Mi sto sfogliando. Avrei dovuto fare una foto al panorama per vedere come sarebbe cambiato al mio ritorno. Non solo l’ho dimenticato, ma non l’ho nemmeno guardato.
Ad ogni modo Nisida è triste, e il cielo è cupo. E logicamente il paradosso vuole che in Veneto ci sia il sole.
Avrei preferito un notturno, se avessi potuto, perché di notte i contrasti tra i cieli scompaiono un poco. Di giorno sono costretta a vedere che cambia tutto.
Fuorigrotta e i suoi palazzi fatiscenti mi scoraggiano a scrivere. I colori, anche dove esistono, sono ingoiati da una bolla di marciume. [...] L’unica cosa che rallegra un po’ Fuorigrotta sono i graffiti, ma durano poco.
Nell’altro vagone, quattro ragazzotte nigeriane oscillano i loro grassi culi e fanno brillare i loro bianchi denti. Perché so che sono nigeriane? Lo hanno detto a uno che le importunava.
[...]
Il nostro piccolo spazio si è ridotto e io peggioro apposta la mia grafia.
[...]
Un uomo che mi era indifferente ha incrociato il mio sguardo quando ho alzato gli occhi per scrutare il vagone, e mi ha sfoderato due occhi trasparenti che cambiano tutto il paesaggio del suo viso.
I nostri quattro piedi che si incrociano disegnano simmetrie di jeans, che sarebbero ancora più spudorate se io stessi a gambe stravaccate com’è mio solito (ora non posso perché devo scrivere).
Eppure no, non è un diario, e certo non mi diverte che lo si possa pensare. Ci sono pure tutti questi gatti. Dovrò sembrare un’adolescente isterica.
No, cari, adolescente non lo sono più.
Vicino, hai un profumo che mi ricorda profumi passati. Gente che non rivedrò quindi ti assaporerò finché non scendi.
A Mergellina cominciamo a ragionare. A Mergellina succede sempre qualcosa, peccato che io lo capisca sempre dopo.

E allora finisco morettianamente per guardare solo scarpe, vedo e guardo solo scarpe, ma mi vien male perché non sono brava come il maestro a capire le persone dalle scarpe.
E vedo sandali e scarpe vecchie e consunte. Scarpe di lavoratori e scarpe troppo femminili per alzare l’occhio sulla proprietaria, scarpe che mi dicono che non andrei mai d’accordo con chi le indossa.
Le mie espadrillas rosa fuori taglia sono lontane anni luce.
[...]

Sì, scrivere è meglio, scrivere è una buona cosa se non hai altro in mano, scrivere mi seda abbastanza da prendersi le lacrime per sé, quelle che mi chiamavano appena sono salita sul treno.
Volti che non c’entrano nulla e volti che non mi ricordano nessuno, che è abbastanza raro. Volti che non si vogliono incrociare con me.

13.41
Ottmar Liebert.
Questa musica forse è una delle poche solo mie. Questo è un bene. Perché posso stare male solo per me stessa e di me stessa.
Banalità. Vorrei fare una foto dal nome banalità, il giornale abbandonato sul tavolo e qualcun’altro che legge.
Le foto vengono male perché non le vedo prima in testa. Non le ho provate, ma verrebbero male.
Prosciugarmi, vorrei.
Ma in tantissimo tempo, senza che ci si renda conto. Sapendo che le mie parole non sono forti come le mie braccia e il mio cervello non così lucido come i miei occhi.
Avevo un patto da infrangere con il silenzio, e invece l’ho onorato.

Resti, 24/11/2011 - 22:08

vorrei far parte di una foto rubata
vorrei essere l’estranea affascinante nel sogno di qualcuno
girarmi allo specchio e vedere la persona che desidero e non me
vorrei che le giornate di sole non finissero mai e il tempo si spezzasse all’infinito in frazioni di piacere da assaporare senza soste
ascoltami respirare qualche volta, c’è una melodia dentro il suono del corpo, e canta a bassa voce e sorride con gli occhi e non si stanca mai
vorrei essere l’ideale sbagliato di qualcuno, il colpo di fulmine che ti prende e non dimentichi più perché non hai mai avuto il coraggio di assecondarlo
vorrei nutrirmi semplicemente bevendo volti ed espressioni e leggendo il rosso sul volto di un piacere proibito
lumaca e lucertola insaziabile e perversione notturna a giorni alterni
e più che simbiosi un parassitismo dichiarato reciproco e cannibale tra cervello e istinto
sono giochi crudeli dell’angoscia dichiarata di vivere
un voluttuoso rimpianto
un noioso felice ricordo
un piacere non dichiarato e trattenuto sotto le coperte per pudore
un sapore organico troppo facile da ricordare ma vagamente sconcio da dichiarare

perdono per le cattiverie che verranno
perdono per il ricordo che già ho di me stessa
è facile chiudere gli occhi ed è doloroso riaprirli per troppa luce

e ancora, vorrei essere l’igenua gioia di chi vede un giocattolo abbandonato e ha paura e desiderio di farlo proprio
vorrei essere il primo rossore che colora la pelle in un giorno di aprile, il primo estatico colore he prende possesso di una pelle appassita
gli occhi di una vecchia che sorride lentamente senza pensarci e allunga una mano come saluto
e poi vorrei essere tutte le cose che l’uomo ancora non ha capito

Resti, 24/11/2011 - 21:58

Dividemmo in parti eguali la distanza
perché era l'ultima cosa che avevamo entrambi
l'ultima cosa rimasta multiplo di due
le altre cose sopravvissute erano solo numeri primi

Resti, 13/01/2010 - 18:02

si viaggia tanto ma non si arriva mai, stavolta era Taranto
immaginavo di essere mio nonno che lì ci ha costruito anni e anni e anni, e faceva il pendolare e tornava venerdì sera
immaginavo di essere lui
immaginavo di immaginare i suoi pensieri mentre faceva quelle stesse strade o forse lui andava da Salerno e non da Bari chi può dirlo
ma avrà pensato mille volte le cose che ora penso io
le cose che ora sento io
le strade deserte e con questo caldo pazzesco chissà con quale macchina faceva questi viaggi lunghi
ho pensato che potesse aver sentito anche lui quella sensazione di pelle d’oca a percorrere il circummarepiccolo e sentire la somiglianza con la strada che fa il giro attorno al Lago di Patria
con lo stesso abbandono e la stessa terra arida e non curata ma forse quando lui era lì non era già tutto dimenticato dalla gente com’è ora

la provincia di Taranto mi ha rattristato perché sentivo suonare una nota lontana che non si spegneva mai e questa melodia era una specie di malinconia o pianto di leggero dolore che somiglia a qualcosa che si sente a Napoli, una specie di ultrasuono appena percepito come quello dei richiami per gli animali, una presenza vibrante costante irripetibile inarrestabile che nella provincia di Bari non avevo mai sentito
c’è una specie di filo di rassegnazione che a Bari non c’è, a Bari sembra che si possa fare tutto, basta volerlo, si raccoglie la monnezza, basta volerlo, si rifanno le strade, basta volerlo, si organizza la vita, basta volerlo, avete dimostrato che si può essere meno votati all’abbandono anche se siete al sud, mentre a Taranto sembra di essere in mezzo ai rassegnati napoletani speriamo di riuscire a tirare innanzi

e dopo aver visto e assaggiato tante sagre al nord ti ritrovi in una sagra al sud tu che al sud le sagre non le avevi mai girate ti domandi perché pur essendo in puglia nelle sagre la voce e l’anima della gente scelga le canzoni napoletane
ché lo sapevi già che la canzone napoletana non è assolutamente solo napoletana e soprattutto esiste tanto in puglia e sicilia
però è diverso, stavolta è diverso
sei costretto a ricordarti di essere del sud e però se te lo dovessero chiedere non sapresti spiegare cos’è
eppure voglio fortissimamente non dimenticare cos’è
e per la prima volta invece di pensare che sono solo canzoni napoletane e le conoscono tutti
pure se così è
penso che la voce che viene fuori in quell’occasione è quello che quel popolo in quel momento vuole dire di sé
anche se è banale, forse proprio perché è banale
è l’immagine di sé a cui non rinuncia se deve mostrarsi fuori, agli altri
è quello che ama far sapere di sé, sceglie di dare voce alla parta malinconica, alla parte passionale e sentimentale, al cuore enorme, anche se forse non è niente vero

giro a Castellaneta con la tentazione che devo reprimere di invicolarmi e perdermi nelle strade troppo strette perfino per due persone e invece seguo il percorso che mi porta tra gli stand a mangiare e bere e urtare la gente
arrivo alla piazza dove il trio col mandolino suona, suona e non canta, perché è la gente che canta, ma senza urla, senza entusiasmi violenti zumpappà zumpappà
salgo sulle lunghe scale di una chiesa stanca che è sdraiata di fianco e sul suo fianco mi siedo
mi siedo in alto troppo in alto perché giù i tre musicisti possano vedermi
ma io posso vedere il sorriso felice di uno dei tre e i suoi occhi lucidi quando attacca una nuova canzone e al ritornello quelli al primo gradino cantano con lui aspettando il suo cenno
mi volto per non guardarlo e cerco di capire cosa sento in fondo, davvero in fondo cercando di liberarmi delle sovrastrutture, cercando di togliere tutti i significati aggiunti e le associazioni successive che hanno imbastardito ogni ricordo che hanno velato di amarezza anche una cosa così semplice come una canzone napoletana

c’erano giorni felici? sì che c’erano
c’erano questi momenti brevissimi in cui si accettava la tregua del cantare
durava quel che durava, durava quel che bastava a mettere insieme qualche giro di accordi a volte nemmeno quello
eppure c’erano questi momenti, anche se limitati e ristretti, in cui si era una punta di un iceberg che si sarebbe sciolto presto
una punta ipotetica di qualcosa di bello e sano che non è mai venuto a galla e si è sciolto sott’acqua
evidentemente c’erano questi giorni in cui si riusciva a mettere insieme una manciata di tentativi, e su tutte c’era la chitarra delle canzoni napoletane con i fogli delle parole raccolti nella cartellina e la chitarra da accordare all’ultimo momento
c’erano d’accordo, ma erano brevi, allora forse meglio questi momenti di canzone più lunghi, anche se non sono canzoni cantate da noi da me da lui e lei per qualche momento in sintonia, anzi, più che in sintonia, a scambiarsi un cenno d’intesa per la tonalità, e quella voce che scorre e non strozzata
infine non importa tanto se c’erano, mentre mi si velano gli occhi e quand’anche qualcuno li incontrasse con lo sguardo, non capirebbe mai che non è il trio ai piedi delle scale che mi commuove ma va bene così

father, father, we don’t need to escalate, eppure, fa’ che stavolta sia diverso

a far risalire la bilancia:
gli nghiummeridd, gli involtini di trippa, le bombette, la terra dei vulcani alla catanese che solo Corewar sa cosa intendo, la strada tra Manduria e Avetrana con la masseria che non ho fotografato, Torre Colimena
e la sua acqua caraibica, le pinete sul mare, la casa con le tre donne strabiche e i due gemelli strabici, il vecchio che ci fa una ramanzina per il parcheggio ma poi ci sorride carezzandoci una spalla nfa niend
va male, va male per tanti versi ma sono versi solo nostri

ché la sudditudine è un’origine non ben definita (sud)
è una condanna se non si riesce a prenderla bene (sudditanza)
e infine un pensiero fisso per chi non ritorna (solitudine)

Resti, 04/08/2008 - 18:59

ci sono giornate che cominciano benissimo e finiscono bellissime. giorni estremi e sgangherati perché sembrano ucciderti ma ti stanno solo aiutando a resistere, ci pensi, è tutto qui, e come oggi non ne avevo avuti. sono belli quei giorni come questo, oggi, che cominciano bene e accumulano così tanti bei minuti che faccio fatica a tenerne traccia e forse quasi non me ne ricordo ma certo rimane tutto qua e non scappa più. e quando comincia bene e continua sempre nello stesso modo è una certezza così grande, è come se ti sostenesse lei. e allora oggi è cominciato bene quando la strada era deserta e piena di sole e l’asfalto luccicava e un po’ accecava ma non faceva male e potevo correre un po’ di più per arrivare prima e rallentare sui rettilinei tra le campagne per guardare in fondo il sole che cresceva illuminando delle nuvole a caso, scattando qualche foto immaginaria. e in mezzo a discorsi stupidi di gente noiosa per radio compaiono di fila tante canzoni dimenticate ma importanti che ti ricordano che non hai dimenticato il passato. e funziona ancora, funziona ancora veramente quello che avevamo stabilito come regola non scritta della nostra vita, che solo per loro, solo quando mandano i beatles non hanno mai bisogno né di annunciarli prima né di precisare, alla fine, che canzone era. ed è con un sorriso stupido su metà volto che aspetto tremante la fine della canzone per verificare che ’sì, questa legge è ancora viva’. e poi vado avanti e casco come una stupida sui sorrisi di sergio caputo e dei suoi nonso così semplici suggeriti così bene. e ancora, amo le persone oneste e sincere che non mi chiedono niente e vogliono partire da zero, e mi danno credito perché sembro una tipa bella. e penso a tutte le volte che sono ripartita e a tutte quelle che ripartirò, e come sto ripartendo ora e giuro che ce la sto mettendo tutta sto facendo del mio meglio e se sai che è con te che sto ripartendo da zero sappi che è difficile ma sto davvero provandoci di cuore. ed è sia per questo che per il riassunto della giornata che al ritorno tremo come di freddo battendo i denti, di un nervoso così bello che vorrei non finisse. e quando metti insieme due semplici pezzi, che qualcuno ti sta scegliendo e che la sua scelta non è stata automatica ma mirava a te perché l’hai colpita, perché se non le piacessi, per il suo carattere, non ti parlarebbe nemmeno, metti insieme due pezzi e fanno una gioia. e che con quella persona tu ci possa ridere come se vi conosceste da vent’anni o ci possa solo mangiare un cornetto sporcandoti la faccia di zucchero a velo, non è il punto. il punto è quando qualcuno ti sceglie e ti si apre senza preavviso, aprendoti senza spaccarti. e dice cose così violente che dopo respirare ti sembra una conquista e non una vendetta. e c’è ancora tanto di bello in questa giornata, abbiamo appena cominciato. qualcuno che ti rispetta considerandoti suo pari. il tuo operato che funziona. la tua inventiva che arriva nel momento giusto. una sensazione di gruppo che non ti fa venire la pelle d’oca o lo schifo come è sempre stato per te. un compleanno che è quasi come il tuo. e in altri momenti della mia vita mi sarei sentita ingenuamente presa in giro, per poi ricredermi sul senso delle cose, per esserci cascata senza accorgermene. ma oggi la mia giornata bella finisce con una brutta sensazione che mi ha fatto un bene definitivo e deciso. per concludere quel che ho provato ho bisogno di ripensare ad una persona che ho ascoltato, ad una conversazione a cui ho assistito. ad un lungo discorso che si prospettava giustissimo e sacrosanto e nel giro di pochi istanti è diventato sbagliatissimo e lontano. e forse in altri momenti mi sarei lasciata confondere dal contesto e dagli accessori e invece ho indurito il muso e ho preso le distanze. e sorridendo di quella che sarebbe stata la mia ingenuità in un’altra vita, mentre quella persona perdeva di colpo tantissimi punti ai miei occhi, come quando sei innamorata e un piccolo particolare ti fa crollare di colpo l’attrazione, in quei pochi istanti di dura consapevolezza, ammetto che la parte più bella di me non ha avuto vergogna di sentirsi infinitamente migliore della persona a cui si trovava di fronte. abbiate pazienza, sono solo effetti personali.

Resti, 02/11/2007 - 21:45

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