Parole

Stai sbagliando persona (numero uno).
Lo dice a me, ma è lei che sbaglia. È lei che sbaglia e a me fa davvero male.

Interno notte.
Una festa a cui non sapevo di essere stata invitata, e non mi sarebbe nemmeno interessato partecipare, se non avessi visto d'un tratto lei.
Figurarsi che la riconosco da dietro, dai capelli. Quel mare di ricci neri che lei odiava tanto, da piccola, perché impossibili da domare, in ogni senso: non abbastanza ricci da essere abbandonati al loro mosso destino (mosso, come il mare, è un caso?), non abbastanza lisci da essere stirati con successo.
Anna.
Sento quel nome uscirmi dalla gola, e quella frazione di secondo in cui si gira è crudele.
Non mi riconosce.
L'uomo con cui sono venuta alla festa è lontano ma a portata di mano, pronto a raccattare la mia delusione.
Nomino gli amici comuni, le racconto una, due, tre occasioni di quel che era il nostro quotidiano di adolescenti, nomino il primo ragazzo di cui mi sono innamorata, la prima ragazza di cui mi sono innamorata, ma quei due nomi sbattono e rimbalzano sul suo viso senza generare emozione.

Mi sa che hai sbagliato persona. Me lo dice di nuovo con gli occhi impassibili. Ma io ora che l'ho sentita parlare non ho più dubbi.
È Anna.
Quell'Anna a cui ho raccontato la mia prima volta, quella vera. La stessa Anna a cui anni prima avevo confidato di essere sstata molestata. Quella i cui diciotto anni hanno rappresentato l'unico evento denominato festa a cui abbia mai avuto il piacere di partecipare durante il liceo.
Quell'Anna non esiste più.
Devo reagire velocemente. Devo fare qualcosa che mi pesa moltissimo e mi apre una ferita nel petto.
Scusarmi. E congedarmi.

Il mio uomo non sa come accogliermi quando dico semplicemente non si ricorda di me. Eppure alla fine trova il modo, scortandomi fuori, dove posso riprendere a essere invisibile per scelta.

Esterno notte.
Sul molo non c'è nessuno a parte noi due e una vecchia signora curva su un libro, rannicchiata sull'unica panchina pubblica posizionata sotto un lampione (ottimo posto per leggere, se hai una casa non attrezzata per mitigare questa temperatura estiva).

Provo mentalmente le frasi per la conversazione dell'occasione. Me gustaria llegar a su edad con esta...criniera. Non so come si dice. Criniera bianca meravigliosa. Potrebbe essere Anna da vecchia. C'è un tramonto formidabile che andrebbe compartido con tutti, ma siamo solo in due. Trattengo il fiato immaginando di fare un colpetto sulla spalla della signora e dire mira que...! ma non voglio disturbare la sua lettura.
Mi piacerebbe davvero arrivare a quell'età con quel capello bianco. E anche con questa faccia schiacciata chiaramente sudamericana. Me gustaria llegar a su edad. Grazie per aver sorriso senza aspettare che attirassi la sua attenzione.

Mi sa che hai sbagliato persona (numero due).

Interno giorno.
Sono un ostaggio. O meglio, quando mi rendo conto del posto in cui mi trovo, e di chi è, so che dovrei avere paura, ma il primo pensiero invece è solo un'assurda certezza di avere tanto tempo a disposizione. Non direi per scappare, direi forse per concludere il mio compito e poi tornare a casa.

Questa più che una festa è il luogo dove si è conclusa una festa, ma non quella dolorosa di Anna. Una festa di rappresentanza, per così dire: un evento di scena e ostentazione per le altre famiglie dello stesso clan di camorra. Io ci sono dentro ma sono solo spettatrice.
Mi tollerano, forse mi rispettano, ma non si aspettano niente da me. Il mio compito, qui e ora, è chiaramente rimettere tutto in ordine, accertarmi che il cibo avanzato non venga sottratto da ospiti di passaggio, se necessario conservare, dividere, restituire.
Le matrone vengono in cucina a rendere conto di ciò che stanno riportando dalle sale della casa, e io cerco di iniziare a razionalizzare, prima che arrivi chi deve pulire, ma per qualche motivo non ci riesco.
La mia posizione è comunque confusa: non sono sicura di quale senso della parola ospite si addica al mio status. So di non essere sola, ma è come se non avessi la possibilità di entrare in contatto con le persone note che sono nella stessa casa.
Quando mi è chiaro che non ha più senso contribuire all'organizzazione del cibo, mi lascio dietro la cucina, con tutti gli estranei che discutono in gruppi a me chiusi, e lo sguardo che lancio al portico è illuminante.
C'è solo una sedia occupata e la persona, anche di spalle, è chiaramente un poliziotto.

L'ovvia parola seguente è corruzione.

Il poliziotto che presenzia a una festa di camorristi non può essere una brava persona. Ma non c'è bisogno di dirlo ad alta voce.
È lui che si rivolge a me. Mi dice il mio nome e cognome.

- Non sarebbe meglio che riprendessi gli studi, invece di stare qui?

Penso, ma non gli dico, che a quarant'anni mi sembra inutile riprendere gli studi. È un po' tardi per invertire la rotta. Casomai dovrei lavorare.
Sorrido a malapena e aspetto la prossima battuta.

- Poi sei così brava nello sport. Perché non pensi alla carriera agonistica invece di stare con questa gente?

Prima non ne ero sicura, ma ora sì. Mi sa che sta sbagliando persona. Dico. So che esiste una mia omonima che ha circa quindici anni meno di me ed è una sportiva.
Nemmeno come poliziotto sei stato bravo a distinguere l'una dall'altra. Ti manca qualcosa, come a me.

[14/12/2017 - 19:20]

Catemera, 16/12/2017 - 11:37

Alle otto questa mattina c’era solo un velo chiaro a nascondere gli oggetti. Alle due, invece, iernotte, la luna piena scopriva a fondo il portico. Probabilmente per godere appieno le cose bisognerebbe ribaltarsi nello stesso modo.
La differenza tra il ricordo reale e quello rubato risiede nell’emozione che lo attraversa.
Peccato che l’essere umano sia capace di avvolgere di emozione anche ricordi inventati, e renderli reali da quell’istante in poi per tutta la vita. Il sogno. È l’escamotage sufficiente a rendere credibile un ricordo inventato. Il sogno è un ricordo inventato.
Questa estate ho visto la stella cadente più emozionante della mia vita, forse non solo della mia. Lenta, nitida, scavata nel nero del cielo, partita lontanissimo e giunta fino in fondo al lato opposto, a metà si è incendiata d’azzurro violento. Ho cacciato un grido di sorpresa.
Poi è andata a fissarsi negli occhi e nel cranio, in buona compagnia.
Perdere le cose. Altro che fissare. Un appunto dimenticato, singolare nel suo meta significato. Due parole, quasi tre a descrivere qualcosa che avrei dovuto ricordare e poi sviluppare, e che invece logicamente ora rimane parcheggiato in attesa di compagni, notturni, chiaramente sempre notturni, fantasticamente confezionati, deliziosamente articolati nella loro perfezione. Mai registrati per iscritto.
Quando mi dissero il suo nome lo appuntai mentalmente di fretta nel mucchio di omonimi di mia conoscenza.
Quando poco dopo me lo ripeté lui stesso pretesi anche il cognome, sorridendo della necessità di segnarlo con cura, perché le cose che partono anonime o meglio omonime finiscono sempre per diventare più speciali delle altre. Nel sentire il suo nome dalla sua voce avevo già individuato quella manciata di dettagli dell’involucro che per la gente coincidono col contenuto: età, lineamenti, orientamento sessuale, estrazione. Non mi servivano a molto ma è anche assurdo convincersi che non servano mai a nulla.
Lavoravamo in un posto di merda gestito da gente di merda e frequentato ancora peggio. Un paio di settimane dopo da dentro un sorriso aveva voluto condividere la sua normalità. Tu prendi tutte le frasi che dico agli altri: sono vere, solo che la mia ragazza è il mio ragazzo. E il mio sorriso di risposta era stato per il sollievo con me stessa di non aver sbagliato, unito alla gioia che avesse scelto me, tra tutti quanti, per rivelarlo. Accompagnato dalla risata del subito dopo anche tu allora quando dici il tuo ragazzo, no, io intendevo proprio il mio ragazzo. Ma non cambiava nulla.
Non poteva svelare di avere un ragazzo anche perché all’epoca conviveva con quello che era il (non dichiaratamente gay) figlio del rettore dell’università. In un periodo di mia folle insicurezza, in un momento in cui cercavo di risalire dalla più profonda e sedimentata disperazione, scoprire che a pelle qualcuno mi aveva scelto per la sua confidenza più essenziale mi avrebbe quasi fatto piangere di gioia, se avessi avuto spazio e soprattutto strumenti per esternare emozioni primarie.
Anche io intendevo la mia ragazza? No, ma faceva lo stesso. Per me era un caso, e avrei voluto che rimanesse tale, e sicuramente volevo lo ritenesse tale.
Prima che finisse la stagione estiva, e quindi lavorativa, mi invitò al compleanno del suo ragazzo, in una parte bellissima della città, in una casa meravigliosa perché evidentemente molto desiderata e amata. Mi ricordo una battuta - sono proprio un procione -  - no, tu sei un procione col ph - o qualcosa del genere, che mi aveva fatto ridere, e sentire definitivamente a casa. Avrei potuto scherzare con loro e di loro, come loro con me e di me. Non c’erano tabù, non c’era alcunché di politicamente corretto a rinchiudere le interazioni umane in etichette e compartimenti stagni. Non amo le feste, ma ricordo quella sera come il genere di evento a cui mi sarebbe piaciuto partecipare, nel caso. Fu appagante in un modo che non avevo mai sentito dentro.
Ho sognato quest’amico tempo fa, poi ho dimenticato il sogno, come mi capita ultimamente (è una novità della vecchiaia, ho sempre ricordato tutti i particolari di ogni singolo sogno di ogni notte). Ricordo però benissimo l’emozione di riabbracciarlo e la gioia di saperlo ancora felice di vedermi, che è poi la parte del sogno che mi serve da sveglia per venire a patti con me stessa: far finta che le persone con cui non sono più in contatto non ce l’abbiano necessariamente con me.
L’altro strumento possibile di salvezza quotidiana è azzerare, ricominciare come nel quadro di un videogioco, provando ogni volta a cercare quelle che dovrebbero essere le parole migliori, le scelte meno dannose, le svolte giuste.
Ma azzerare, qui e ora, significa anche giocare a chi potrei essere, visto che nessuno mi conosce. Mi preparo sempre dei discorsi di fantasia, per cercare le parole. Non dipende dalla lingua, è indifferente. Poi non cambia nulla, quando parlo davvero improvviso lo stesso, a volte mi viene bene, altre farfuglio, ma non importa. L’ultima volta che ho giocato aveva davvero del surreale, più del solito: pensare di raccontare a un estraneo perché avevo la faccia triste, per giunta cercando le parole in francese, dal momento che lui era francese. E che per colmo d’ironia, la nostra lingua franca sarebbe stata lo spagnolo. Oui, je parle français, mais comme l’espagnole. Je ne me souvien pas des mot toujours. Mi fermo e ci ripenso, sicura ci sia qualcosa di sbagliato, perché quando immagino le parole ovviamente le vedo scritte. Ce matin j’ai dit adieu a mon vehicle, y a un amis qui était dans la machine. Metaforicamente, s’intende, no se preocupe. Dio, che follia. Tornare indietro, pensare all’amico che non c’è e con cui non sono più in contatto, sperare (far finta) che non ce l’abbia con me, recuperare la faccia giusta per la conversazione, chiusa parentesi, punto e a capo. Dicevamo?
L’estraneo era francese, colto, architetto, cinefilo, letterato, gattaro, spagnolizzato ma non troppo, molto italianizzato dopo tredici anni di vita prima a Venezia poi a Roma. Non accettava di usare la lingua che francamente avrebbe dovuto essere la sua, considerato che anche io avrei potuto parlarla, né quella del luogo in cui viviamo, che evidentemente usava troppo spesso. L’italiano non lo parlo mai, per favore continua a parlare in italiano così lo esercito un po’. Per una volta era stato impossibile avere dubbi sull’aver parlato male o con cadenza italiana: mi aveva riconosciuto solo dal nome, l’unica parola che mi era uscita di bocca. Una voce incantevole e solo le mani a tradire l’età. Avrei voluto raccontargli qualcosa e restare ore in ascolto dei suoi progetti, mentre diceva en passant di aver lavorato per Patrice Chereau e di aver conosciuto Fellini e Visconti.
Nel recarmi all’appuntamento con quest’uomo un incrocio mi aveva stupito col cartello di termine della tariffa taxi. Terme municipal de…, allo stesso tempo avviso, perché da quel punto si paga meno. Oppure di più. Questo è un confine. Questi sono i confini.
Al ritorno avevo pensato di passare per il pezzo di strada che costeggia le piste di atterraggio degli aerei, dove tutti si fermano per provare a fare foto, me inclusa. Una manciata di ore prima c’erano troppe auto parcheggiate e gridolini. Dopo no: solo un vento feroce, una radio inafferrabile, un sole impotente.
È così che le cose non passano.
E se non bastasse arrivano i sogni umanizzanti. Quelli per esempio in cui ho una storia d’amore (non parlo mica di sesso) con persone insieme a cui mai mi verrebbe in mente di stare. L’amore non c’entra nulla, il sesso figuriamoci. Lo scopo è chiaramente che io assegni a quelle persone, dal momento in cui le sogno in poi, un legame o un contatto che non me le faccia sentire troppo estranee. Per empatizzare, per provare a immedesimarmi, come se una parte di me si accorgesse solo in seguito e sempre nel sonno che, da sveglia, rischio di rimanere troppo a distanza. Il sogno serve appunto a questo: creare un falso ricordo, gettare un ponte, sviluppare un’emozione che a differenza del freddo scampolo di memoria non potrà mai venir cancellata. È un trucco. Un trucco che odio, ovviamente.
“Un giorno ti racconterò perché ho smesso di guidare.” Perché non l’hai mai fatto arrivare, quel giorno? Da allora mi hai autorizzato a inventare storie sulle origini di questa tua scelta. Aveva a che fare con gli occhi, è l’unica cosa che ricordo tu mi abbia detto. Il mio problema invece ha a che fare con lo sguardo. Tranchant. È una bella parola, ma non ammette repliche. È questo il mio peccato originale, eccetto che con te: in questo caso la tranchant sei stata tu, credo.
Risalendo dalla Puglia sarei voluta venire a trovarti tante volte, ma non è mai stato il caso. Anche ridiscendendo dal Friuli, o dalla Lombardia, o dalla Liguria. Ero libera e pronta a farlo, non lo eri tu. Forse non lo eri più.
Emettere giudizi sommari ma definitivi.
Trovo immorale spendere così tanto soldi per un giocattolo (questa non ho potuto raccontartela, ma quanto avrei voluto).
Il resto del mondo è sempre un gradino sotto, sempre poveracci, sempre ignoranti. Tu sei escluso dalla categoria fintanto che la omaggi come è dovuto, altrimenti vieni spostato di cerchia, sempre più esterna, sempre un po’ più esterna (anche questa è accaduta molto tempo dopo il nostro distacco).
Ripenso alla morbidezza del mio nome nella tua bocca, l’unica a cui abbia mai concesso di declinarlo in un vezzoso diminutivo. La tua intelligenza e la tua ironia lo hanno sempre reso buffo e affettuoso, mai lezioso. Con la stessa soffice cadenza eri pronta a sfoggiare qualsiasi giudizio, qualsiasi commento, tutti quei tuoi cinismi brillanti che ho sempre adorato, inconfondibili. Nessun altro mai.
Rileggendo le parole che ti ho dedicato tempo fa ritrovo la stessa ferita aperta nello stomaco mentre ti guardo ritagliarti una manciata di minuti per darmi la buonanotte. Per deporre le ultime armi e arrenderti in tutta la tua fragilità ai miei occhi. Per dirmi, in cinque minuti e senza parole, chi eri davvero: e chiedermi di amarti ancora.
Sono ancora là con la mia presa sulle tue mani, le parole bisbigliate per non svegliare figlia e marito, la devozione in un’amicizia a cui non hai più creduto.
Il sogno di cui ho avuto bisogno e desiderio mi ha collocato a pochi anni di distanza, ma sempre nella tua casa. E mi ha fatto assistere alla preparazione di un pranzo, ai racconti del tempo perduto e al risveglio sul divano la mattina presto, prima della corsa alla fermata dell’autobus, l’ultimo utile per arrivare giusti al binario della stazione.
Il sogno è diventato presto ricordo elettrico, che mi ha perseguitato per molti giorni successivi. E si è tramutato in un proposito. E in un secondo sogno elettrico.
Sono all’angolo della strada, la tua, quella solo pedonale, o forse ricordo male. Ti vedo raccogliere da terra il cappellino azzurro che hai comprato solo qualche giorno fa a tua figlia. “Eva! Ti è cascato! Che poi prendi freddo.” Non è più così piccola ma è sempre, ancora e sempre, tanto vivace. Ormai va a scuola da sola e non è più necessario che tu l’accompagni tenendola per mano, lungo la strada. Scambi il cappello con un bacio, rallentando il passo prima di varcare il portone, incuriosita da ciò che spunta dalla cassetta delle lettere. Sembra un pacchetto, ma sei certa di non aver ordinato nulla. Ed è sicuramente per te, come conferma il nome, preciso, l’indirizzo, aggiornato all’ultimo trasloco, e la dicitura regalo, che garantisce l’anonimato al mittente: come fanno tanti di questi siti di acquisti online, se richiesto. Fai la tua faccia buffa, quella con le sopracciglia tese e una riga sopra al naso, quella che secondo me fa di te un’attrice e fors’anche una giocatrice di poker. Apri il pacchetto e dopo alcuni attimi di perplessità riconosci l’oggetto, che identifica senza alcun dubbio il mittente. Ma la mia visione si ferma qui, l’elettricità non procede per essere trasmessa o condotta, rimane tesa tra le estremità, tra la testa che l’ha generata e la pancia che non la sostiene.
Aspetto solo di trovare il regalo giusto.

Catemera, 25/11/2017 - 21:57

Ci sono due vecchi. Uno è supportato da alcool ma la verità è che non è elemento indispensabile. La costante è lo sguardo verso l'esterno. Dall'interno. Sono perfettamente paralleli.
Cappellino il primo, giubbottino l'altro.
Per il secondo la stasi finisce a breve. Chi lo aveva portato nel bar se lo riprende dopo una veloce telefonata.
Il primo sembra assorto ma in verità ogni volta che mi giro a guardarlo ruota lievemente un occhio azzurro verso di me. Sarebbe impercettibile se io non percepissi sempre tutti i movimenti.
Mañana vendré.
La cameriera ha evidentemente finito il turno e saluta il gestore. Siamo stranieri in una terra che non si mostra per niente straniera.
Finisco la birra, sorrido al tipo del bar, ascolto un buenaaaaas di qualcuno che è appena arrivato e sorridendo mi congedo dalla cameriera entrante.
Sulla via del ritorno, come sempre, la scoperta di zone sconosciute culmina in un quesito che da subito comincia a galleggiare, a fermentare, sospettoso e gravido. Ci sarà un modo di tornare indietro continuando ad andare avanti? Una piccola traversa seminascosta risponde alla domanda non molto tempo dopo. E siamo ancora fuor di metafora.

Catemera, 01/04/2017 - 10:09

Sull'ultimo pianerottolo devo fermarmi di colpo, abbandonando la testa sul petto. Ricordare qualcosa poco prima di raggiungere il portone, dopo cinque piani di scale non è il massimo. Niente ascensore. Maledizione.
Faccio scivolare con poco affetto le dita sul corrimano in un lento dietro-front.
Cinque piani più su la porta di ingresso è rimasta aperta e dalla finestra  del corridoio che separa i due appartamenti del quinto piano sta entrando un fascio di luce polverosa che in questo momento punta proprio sulla soglia di casa. Sorrido per un attimo, immaginando di fermare quella giornata per sedermi sul pavimento a seguire l'andamento di quel raggio di sole fino alla sua scomparsa. Poi niente sorriso: ho dimenticato il motivo per cui sono risalita, come mi capita sempre ultimamente.

Entro in casa guardando nel vuoto e sperando che qualcosa me lo ricordi prima possibile. Ma finisco per cominciare il giro delle stanze. La casa è un corridoio che divide le stanze a sud da quelle a nord. Il corridoio parte proprio dalla porta d'ingresso e tira così una linea dritta fino in fondo all'appartamento, a sinistra il sud (o vagamente sud-est), a destra il nord, nord-ovest.
Rimango istintivamente sul lato illuminato della casa. La prima stanza è la cucina. Anzi, il tinello. Con un brutto gioco di parole si potrebbe dire che del tinello è rimasta solo la cucina, col suo lunghissimo piano di legno massello, come non se ne fanno più. Gli elettrodomestici sono stati portati via: peccato, erano tutti in acciaio, li avevo voluti apposta così per integrarsi col gioco di legno scuro e accessori di acciaio che avevo usato per la cucina, quando l'avevamo costruita. I libri di cucina però, sono rimasti tutti. Li ho lasciati di proposito sulle mensole che avevo ricavato con i residui del legno. Sono l'unica nota colorata che vivacizza l'ambiente. A parte i limoni, provenienti dall'ultimo raccolto. Avevo in programma di farne liquori per Lucio e Sara, gli unici amici che ne gradiscono. Quello che volevo farne per me non importa perché non ne ho più il tempo.
Mi avvicino a chiudere meglio il rubinetto, che è rimasto a gocciolare e guarda caso stava schizzando tutto il lavello, perché l'acqua cadeva giusto sul cucchiaio che avevo usato questa mattina per fare colazione. Appunto mentalmente di provare a stringerlo un giorno o l'altro, perché non sarebbe la prima volta che rimane a gocciolare tutta la giornata.
Quando ero entrata in questa casa la prima volta avevo in programma di allargarlo, questo ambiente, ma è rimasto sempre e solo tinello: mi sarebbe bastato buttare giù la parete che lo separa dalla stanza accanto, che infatti è adibita sia a sala da pranzo che salotto, con i due piccoli divani, il televisore, l'amplificatore e tutti i miei film. Ma alla fine ho sempre rimandato perché ho ricavato nell'angolino un po' di spazio per un tavolino a cui appendermi con uno sgabello, e per questi ultimi anni mi è bastato. Da quando sei andato via mi è bastato. Ma tavolo e sgabello non ci sono più ora: percorro con lo sguardo il lungo piano di lavoro della cucina, l'acciaio dei fornelli e dei pochi utensili rimasti appesi alla parete. Niente, non mi viene in mente niente.

Lascio la borsa in cucina e provo ad andare a cercare nel salotto.
Le pareti andrebbero ritinteggiate: a furia di spostare le librerie che ho costruito per cercare la migliore composizione possibile ho sporcato le pareti di metà stanza. Non che sia importante, ma ora che è quasi tutto vuoto la sporcizia di queste pareti, che prima era senza ombra di dubbio vita vissuta, diventa improvvisamente bruttura e nient'altro. Il tappeto che era della camera da letto di mia nonna rimane un po' perplesso, puntellato sul pavimento dall'unico mobile rimasto, quel tavolino basso su cui poggiavo i piedi mentre leggevo o guardavo i film, e su cui ora sono accumulati ordinatamente tutti i telecomandi orfani. Una piantana rossa con la base di acciaio lucido, che ho sempre odiato, è ancora attaccata in corrente all'altra estremità della stanza: sembra chiacchierare col tappeto. Mentre vado a staccarla, saluto Antoine Doinel, Harry Caul e gli altri poster di cinema rimasti su un'unica parete, quelli che suggeriscono fieramente elementi del mio vissuto, parlando più di quanto ultimamente riesca a fare io. Mi infilo con lo sguardo sul termosifone parzialmente nascosto dalla porta: potrei averci dimenticato distrattamente qualche oggetto sopra, ma non è così.
Esco dal salotto a marcia indietro, attraversando il corridoio per infilarmi sul lato nord, e precisamente nell'enorme stanza da bagno. Ma niente mi aiuta, anche qua è tutto in ordine, il bicchiere in uso con il mio spazzolino, il mio pettine, il dentifricio e il rasoio usa e getta. Dall'altro lato del lavandino, il portasapone per gli ospiti, con quel sapone intonso che non adopero mai. Appeso alla parete dallo stesso lato, l'asciugamano per gli ospiti che ho cambiato giusto ieri sera. Il mio accappatoio è ancora appoggiato alla cabina doccia da stamattina, nell'attesa che si asciughi: se stamattina fossi rimasta in casa l'avrei appeso fuori al sole e ci avrebbe messo pochi minuti, col caldo che c'è.
L'unico grande difetto di questa casa è stato piazzare la camera da letto sul lato nord, perché comunicasse internamente col bagno senza bisogno di passare dal corridoio. Impossibile invertire la posizione con il salotto. Ho sempre dormito con poca luce, al contrario di come sono sempre stata abituata a fare. Sono rimasti due dei quattro armadi che c'erano originariamente, e di questi due solo uno è pieno: ci ho lasciato i vestiti che preferisco, anche quelli che non uso in questa stagione. Meno male che hai voluto il parquet in camera da letto: io lo odiavo, ma ora che il letto non c'è, dormire sul materasso mollemente appoggiato direttamente a terra è stato un caldo distacco. Sul comodino dal mio lato, cioè, da quello che era il mio lato, rimane il libro che ho terminato ieri sera ancora leggermente curvato dalla lettura. L'altro comodino ha il piano d'appoggio vuoto. Ridacchio da sola pensando che furono una bella scelta, a suo tempo, perché ora hanno smesso di produrla, questa serie.
Non so quanto tempo sia passato a cercare tra gli oggetti. Non sono in ritardo ma devo andarmene, e pazienza se ancora non riesco a ricordare cosa mi aveva fermato sulle scale: prima o poi mi verrà in mente.

Prima di uscire di nuovo da casa, raccolgo la borsa dal pavimento della cucina e mi allungo un attimo in fondo al corridoio, a chiudere la porta del ripostiglio. Ma è all'ultimo istante, per la seconda volta sulla soglia di casa, che vedo sul fondo del portaombrelli, ormai vuoto, cosa avevo dimenticato. Le chiavi di casa. Infilo una delle mie braccia da scimmia e le raccolgo senza fretta. Ripercorro mentalmente le stanze, senza bisogno di farlo fisicamente, e infine con le chiavi nel pugno sinistro mi tiro con violenza la porta d'ingresso uscendo.
Una mandata. La seconda. Aggiungere la terza non farà certo male.
A questo punto posso scendere le scale con calma, perché ho terminato il mio compito. Accanto al portone, controllo la cassetta della posta: il postino potrebbe esser passato prima del solito oggi. Ma c'è solo pubblicità.

Poi sono in strada e li vedo. Sono tanti perché non è un lavoro da poco. Ne riconosco un paio che erano venuti già in passato a fare i sopralluoghi. Qualcuno mi sorride. Ce n'è uno in particolare che non conosco, ma mi sorride affettuosamente, senza insistenza, senza invadere cercando il mio sguardo. Sta semplicemente aspettando, appoggiato con la schiena al muro del marciapiede opposto al mio e una sigaretta in bocca.
Decido che è lui. Attraverso la strada deserta e chiusa al traffico e lo raggiungo. Gli do il tempo di prendere la cicca tra le dita per un ultimo tiro e poi spegnerla a terra sul marciapiede.
Starà pensando che sono matta. Ma se lo pensa non lo dice né a parole né con gli occhi. Non formula pensieri mentre mi avvicino, gli prendo la mano della sigaretta e ci infilo dentro il mio mazzo di chiavi.
Mi ci vuole qualche istante a concludere il gesto. Gli chiudo tutte le dita lentamente, poi alzo lo sguardo sorridendo ma solo fino alla sua spalla. Lo sento ricambiare il sorriso rispettando lo sguardo. Potrò immaginare che mi segua con gli occhi mentre mi incammino lontano da casa, ma non mi interessa verificarlo. Sento solo il rumore delle mie chiavi mentre vengono fatte scivolare nella sua tasca della tuta da lavoro. Ho solo il tempo di sentire che stanno cominciando.

Il mio palazzo è il capofila di questa specie di terratetti. Se fosse Firenze sarebbero tali, ma siccome siamo altrove ci somigliano solo, a dei terratetti.
Ad ogni modo, era tanto per dire: cominciano in ordine, dal primo della strada. Le gru e le altre macchine sono già tutte schierate pronte a ripassare la loro coreografia.
Quanta precisione.

Resti, 09/03/2017 - 21:12

Aggiorno i nostri sistemi di interazione e comunicazione cominciando ad appuntare le mie idee in un documento virtuale a cui ti darò accesso e di cui diventerai coautore. Un foglio condiviso, un nuovo esperimento per il nostro bisogno comune di scrivere, raccontare, trasformare in comunicazione le nostre emozioni presenti, passate future. Troveremo un escamotage, un espediente grafico, un trucco tecnico per distinguerci nella stesura della nostra storia, perché questa sarà una storia scritta a quattro mani, con un sentimento comune: rimanere, lasciare una traccia.

Ho la sudditudine senza conoscere il sud, ho la fretta di esplorare il passato del sud prima che diventi anche il mio. Ho bisogno di una Storia emotiva, perché per quella strutturata che si studia sui libri non ho più tempo. Ho bisogno di quello che sui libri non c’è e che se non l’hai vissuto si dissolve alla prima ristrutturazione.

Il sole, l’amore fraterno: due pilastri. E invece no, la pioggia. Oggi è la pioggia a comprimermi ed è lei la scintilla del mio malessere, non già ovviamente la causa reale. Il sud più scontato è probabilmente l’ultimo che devo toccare con le mie riflessioni, il sud che si manifesta dallo specchio di Alice evidentemente è quello che mi è dato analizzare al momento, togliendo tutte le certezze, tutte le banalità, tutti i luoghi comuni. Il sud come dici tu è un modo di essere, non è più niente di fisico, non è nemmeno uno stato d’animo, è una sovrastruttura che rimane sospesa fino al momento in cui qualcosa dal basso non ne rievoca elementi, non ne chiede conferme, non pretende di darne una voce. Per questo ho pensato a te, non volevo racconti, non volevo esempi, so che non me ne avresti dati, so che non interessa nemmeno te. Non volevo usare questo posto come confessionale e non intendo farlo ma oggi la mia espressione di sud passa dalla pioggia direttamente nelle ossa, e attraversa qualcosa che non so come gestire. Non siamo preparati mai abbastanza al tradimento delle aspettative d’affetto. Non siamo mai abbastanza abituati alla distanza che debilita l’affetto. Avevo dodici anni e le persone che avrebbero dovuto proteggermi e occuparsi del mio bene erano distanti, si occupavano di altro e al limite si preoccupavano di me. È la parola che odio più ferocemente: se ti preoccupi sei sempre sul punto di fare qualcosa, ma non lo fai mai. Se tu ti preoccupi soltanto, finisce che mi devo occupare io di me stessa. E così ho fatto.

Volevo mettere insieme gli elementi di una mappa del sud. Attraverso, forse, la loro negazione. Oggi piove, io sono lontana, non mi riconosco in un tessuto familiare, ho solo una manciata di amore corrisposto che langue sulla rotta di questi chilometri. Oggi piove, voglio sapere se sai spiegarmi come hai riconosciuto (una tua) Napoli anche attraverso l’acqua di una pioggia battente, voglio invitarti a trovare un nesso tra l’acqua che scende, quella che sale, quella che scorre e quella che si asciuga. Questo voglio da te, se puoi, se vuoi. Da qualcun altro, posso solo volere un risarcimento per tutte le piogge impreviste, gli amori inattesi, i dolori troppo temuti, i calori arrivati troppo tardi.

Catemera, 28/02/2017 - 22:09

Come immagini una persona che non vedi da vent'anni? Come immagini una persona che sai che in vent'anni non è cambiata, non è più cambiata, non potrà mai più essere cambiata? 
Se ti guardi, se mi guardo, chiudi gli occhi, forse li ruoti in alto a destra.
Come immagini una persona che non vedi da un numero di anni pari a quelli che vi dividono? Non lo so, tra quindici anni te lo dico.

Ma ho un'immagine molto precisa, così precisa che non ha forma ma solo un contorno. Dentro non c'è più niente, ma non è assenza, né dimenticanza, né disinteresse. Non serve più. COmunque, sai, c'è ancora tempo perché gli anni di separazione in sottrazione si equivalgano agli anni da sommare.

Sono stanca, Forty Six and 2 stanca, quasi. Frattalmente stanca. Dividiamo, frazioniamo, estraiamo radici quadrate, usiamo la matematica per ciò che non può essere quantificato.
Un giorno potrei riuscire a cantare No Need to Argue senza sentir scendere le lacrime?
E incontrare qualcuno che sia capace di decifrare le mie colpe senza impugnarle contro di me.

Catemera, 28/02/2017 - 21:58

Avrò avuto vent'anni. Ero in cucina col mio fratellastro di un anno. Dovevo controllare se la sua pastina era troppo calda. La assaggio, era tiepida. Ma faccio anche un'altra scoperta: era molto buona. Una gran pastina al pomodoro. Io mi ingozzo avidamente davanti a lui mentre lui piange dalla disperazione. Ma credo che sarà sopravvissuto al digiuno di quel giorno. I segreti, falsi o veri che siano, hanno sempre una componente buffa, ridicola. Si potrebbe avere un segreto al giorno. Se dovessi scegliere quello di oggi sarebbe il bisogno di rileggere cose che ho scritto e che per fortuna avevo dimenticato. No, non perché di scarsa qualità, e no, non per narcisismo, ma per farmele riscoprire e per riconoscermi in qualcosa che mi sembri nuovo. Oggi rileggendomi scopro una cosa che nuova non è, ossia il bisogno di indirizzare sempre le parole a qualcuno, la necessità di dichiarare almeno una volta almeno per iscritto un desiderio di legame spesso frustrato, spesso frustrante, sempre sincero benché talora frainteso. I piccoli racconti, gli appunti, i catemera che mi imponevano ogni giorno di esplorare un pezzo di realtà, sono tutti dedicati. Risalendo la corrente dei fallimenti si ricostruisce Jules oltre lo specchio. Per negazione, per contrazione, per esclusione. Nego tutto, mi contraggo, assenti esclusi.

Catemera, 05/11/2016 - 13:32

- Chi è?
- Una persona a cui ho voluto bene.
Come si fa a parlare al passato? Come si fa a identificare qualcuno per un sentimento terminato? Se a una persona hai voluto bene, gliene vuoi per sempre. Il bene può solo morire di colpo, ammazzato da un colpo di pistola, il bene non si può coniugare al passato, non è questo il caso.
Allora, forse, riformulo. Una di quelle persone a cui mi impedisco di voler bene, oggi, ora. Ammettere l'indicativo presente significherebbe esporre la ferita, aspettare il colpo, temere il dolore. Ecco, sì. Io ho bisogno di voler bene ma temo il dolore. E in questo sono uguale a tutti, e non vorrei doverlo scoprire più, non una sola volta di più. Accetterei di volere ancora bene se solo se fossi capace di non avere paura. Perché a questa persona ho voluto bene a tal punto, che se per caso dovessi rivederla so che mi esploderebbe il cuore, mi si annoderebbero le emozioni. In fondo quel sentimento non mi ha mai abbandonato: il mio affetto è in coma, incapace di comunicare col mondo esterno. Il mio è affetto sincero, ma autistico, che si ripara dall'affetto comune. Coma farmacologico per evitare di patire il dolore che fa quando cerca di raggiugnere il mondo esterno.
Insomma, chi è questa persona? Uno a cui voglio bene davvero, con una parte di me con cui non riesco a venire a patti. Con un affetto muto che ha smesso di muoversi.
 

Catemera, 04/04/2016 - 16:39

Il rollio soffice degli ammortizzatori della navetta mentre parte dall'aeroporto mi ripaga del rollio sbagliato con cui siamo atterrati. I sorrisi promozionali inutili spalmati sull'edificio di fronte al finestrino non promettono niente di buono. Solo le calde luci arancioni notturne mi distendono la pelle delle tempie.

Quanto tempo è che ho perso il contatto tra dentro e fuori, tra la parola e l'emozione?

Non importa. Sono sempre là, ibernate per futuri utilizzi. I ringraziamenti a questo punto sono d'obbligo. Sei anni fa in un periodo in cui ero prossima all'esplosione, o forse dovrei dire implosione, scrissi di seguito, di getto, due cose. Chiamarle racconti è fuori luogo, chiamarle pagine di diario mi sembra ridicolo. Nella prima prendevo la carta vetrata e me la premevo addosso per togliere tutte le sovrastrutture fino a farmi sanguinare, ma anche far uscire quello che davvero avevo dentro, quello che per me valeva la pena gli altri conoscessero di me. Quello di cui andare fiera. Quello di cui non andare fiera ma per cui ero pronta a difendermi e a battermi. Questo pezzo cominciava con io perché era l'unico strumento per costringermi a mettere una qualsiasi parola dopo il pronome, verbo, sostantivo o aggettivo. Il secondo pezzo somigliava in superficie a un racconto erotico e per questo fu guardato, scrutato, giudicato, incompreso, mentre per me erano solo appunti di un linguaggio (ancora a me parzialmente ignoto) di comunicazione con gli altri esseri umani, un modo per rivedere me stessa insieme agli altri e non sentire sempre una piccola razione di colpa per come era andata a finire con ciascuno. Un modo, sul lungo tempo, per fare pace con me stessa. Rivestendosi di una forma pericolosa, ha rischiato, e con tanti ha perso. Il rumore che hanno generato questi due pezzi dentro di me, sicuramente più assordante del rumore che hanno davvero fatto le reazioni sbagliate, non si è estinto del tutto. Ma l'eco comincia a poter essere ignorata.

Altrove, altri momenti: il rumore del sesso, quello sì che mi preoccupava. Ero convinta di poter essere sentita da tutte le stanze della casa, e non è che all'epoca il mio ragazzo fosse un grandissimo amante ma mi ero fatta l'idea che tutti i nostri rumori bisbigli lamenti e gemiti si sentissero e il giorno dopo guardavo gli altri inquilini della casa in cerca di tracce, di segnali, di indizi del fatto che avessero ascoltato tutto. Ridevo di me stessa ma era un pensiero automatico. Non so perché mi sia tornato in mente, forse perché cerco continuamente residui di quella che ero due, cinque, dieci anni fa, e qualsiasi piccolo episodio mi sembra lontanissimo, muto. Soprattutto inutile. Un'identità inattuabile, senza luogo geografico né mentale.

Essere straniera mi scagiona, mi solleva, mi azzera le colpe e i doveri, mi fa sentire l'unica libertà possibile, quella dell'assenza o meglio della falsa presenza; essere uno straniero in terra straniera è l'unico modo per riappropriarmi della mia identità, che sia dovuto a uno spostamento da una casa altrui a una mia, da una città del nord a una del sud, da una nazione all'altra; essere perennemente straniera è la scusa migliore che ho potuto inventarmi in tanti anni di fuga, ad ogni sessione di trasloco vero o falso, dopo ogni accoglienza che non si è mai tramutata in radicamento. Essere straniera in terra straniera mi costringe ogni istante a ricordarmi chi sono, mi costringe più del solito, più del dovuto, più di quanto faccia la gente normale, più di quanto facessi io fino a quando straniera non lo ero ancora. Mi impone di non dimenticare niente di me, che è forse il peggior scotto che una come me potesse pagare.

Catemera, 12/12/2015 - 21:35

C’era tra noi uno strano silenzio. Litigavamo, e come per un tacito accordo nessuno dei due si accorgeva, o, per meglio dire, ciascuno faceva finta di non accorgersi, degli occhi lucidi dell’altro.
Avevamo entrambi gli occhi lucidi. Entrambi cercavamo di nasconderlo, bevendo, io, muovendosi, lui, ma soprattutto evitando sempre di far incontrare gli sguardi. Poi gli sguardi finivano per incontrarsi e creavano scintille repulsive come magneti forzati al contatto.
Sapevo che lui, in me, l’aveva già notato, anche perché, col passare del tempo, mi capitava sempre più spesso, e non riuscivo a trattenermi abbastanza da evitare che altri lo notassero. Quindi lui non poteva non aver visto. Mentre invece io di lui non me ne ero accorta.
Poi dalla camera, dopo, quando avevamo calato tutte le spade, e sistemato tutte le parole in un qualche posto, solo allora, dalla mia stanza lo sentivo fuggire in corridoio e nell’altra stanza, sempre più lontano, realizzando che tirava su col naso pesantemente, e improvvisamente, da un istante all’altro, non come quando usciva in moto senza casco e tornava strofinandosi il naso. Le lacrime gli riempivano il naso ed era più bravo di me a buttarle giù davanti ai miei occhi.
Allora anche lui aveva evitato il mio sguardo, allora anche lui non era più tanto sicuro di sé, allora anche lui si tratteneva a stento. Le sue ferite però si rimarginavano subito.
Non c’era più un uomo che potessi aver la presunzione di chiamare ‘mio’. Nessuno voleva esserlo, nessuno che volessi io. Nemmeno ora c’è un uomo per il quale possa rivendicare qualcosa.
Il silenzio, era il mio uomo. Il silenzio ora, mi è compagno e mi accompagna.
Le mie giornate scorrevano attutite, in apnea feroce, per non darmi il tempo di accorgermi di quanto stavo sprecando me stessa.
Il primo momento in cui ricominciavo a respirare era in macchina. Non a casa, non sul mio letto. In macchina.
Dopo una giornata di lavoro iniziata il più presto possibile perché si concludesse anche, prima possibile.
Sportello chiuso, mi dicevo qualche parola. Cercavo di ascoltarmi. La mia voce era vuota. Mi parlavo per qualche minuto per riempire di voce il mio silenzio.
Quando, in quell’altra vita, io e Jules ci amavamo, il mio silenzio era pieno. I nostri.
Quando Jules ed io ci amavamo non l’avevo mica capito.
Da quando sono sola mi ci metto a pensare per giorni, poi decido di smettere per non alienarmi del tutto.
Mi ci ero messa ieri, prima che qualcuno mi chiedesse di smettere, e mi venisse in mente di chiamare Claudia.

- Ciao.
- Ciao tesoro!
- Dove sei?
- In Trentino, mi godo un po’ di vacanza. Tu niente?
- Per fare una vacanza bisogna non essere depressi. Non credi?
- Sei di nuovo depressa?
- Non ancora. Diciamo che vedo questa specie di mostro molto attraente nell’angolo della camera, molto sfocato, ma tanto anche se è sfocato io lo so, com’è fatto. E mi attira.
- E tu non ti fare attirare.

Infatti sono qui a scrivere le parole che ti avrei detto se ti avessi chiamato.
Quando ci amavamo, Jules ed io, la depressione era una cosa privata. La depressione era una sega che dovevo farmi da sola, senza disturbare, senza che qualcuno mi sentisse mugolare, senza turbare i vicini con le dita umide.
Jules lo sapeva e accettava di dover fuggire, anche se non avrebbe voluto. Jules era me. Per questo, anche alla fine di liti furiose, non mi rimaneva altra voglia che quella di morderlo, morderlo per sentirlo dentro e poi piangere con lui, e poi piangere su di lui, e infine asciugargli le mie lacrime addosso.
Ogni altra rabbia depressiva, dopo, è diventata così pubblica da venire riversata solo su di me.
Quando finivamo per urlarci addosso, io e Francesco, non c’era tregua, non c’era amore, si azzeravano anche l’affetto o il rispetto umano, o la stima. E la mia rabbia voleva mordere ME, per avermi permesso di arrivare a quel punto. Ma io lo so, dentro, come sono, e non sarebbe stata come la sorpresa di Jules, e nessuno avrebbe asciugato le lacrime addosso a me.

- Non piangere. Cazzo ti ho detto di non piangere.
- …
- Non sopporto di vederti così.

Non mi sopportavo nemmeno io, ma avevo il buon gusto di non sottolinearlo.
Quello strano silenzio si era aggravato ma non era gravido, e non cercava vie di fuga. Avessimo potuto, Jules ed io ci saremmo amati fisicamente, ci saremmo avventati, ci saremmo gettati l’anima e la carne contro. Per non permettere alle rabbie represse e depresse di svuotarci, da dentro. Ma Francesco, quando spegneva tutto, lasciava morire anche i germogli. Le liti si spegnevano, i gesti, si spegnevano, le emozioni, si spegnevano. Lui, pochi istanti dopo, ripulito e sollevato, si riaccendeva, io non avevo sveglie, reminder, post-it. Io e la mia rabbia andavamo a dormire, e le parole me le ingoiavo senz’acqua, come pillole, per combattere un’insonnia che sospendeva tutto quanto, meno che il dolore.
Quando ci amavamo, Jules ed io, era tutto sbagliato, ma faceva un piacere incredibile.
Il giorno che gli regalai il mio primo vero anello, passando il testimone di un fondamento di vita, non sapevo se l’avrei rivisto ancora, e la cosa non mi preoccupava. Non voleva capire, e allora mi stringeva soltanto le dita, una per una, con le sue mani molto più belle delle mie. E’ stato in quel momento che ho cancellato quasi tutto il nostro passato, per lasciarmi dentro solo la sensazione di aver vissuto felicemente insieme a lui, senza conservare tutte quelle piccole scatoline che all’occorrenza avrei potuto riaprire per mettermi a piangere sui rimpianti e i rimorsi.
Pensavo che ci sarebbe stato tempo, se era destino, per ricreare momenti simili, per viverne altri intensi come quelli. Altrimenti non aveva senso mantenere in archivio registrazioni delle sue voci, immagini dei suoi gesti, racconti delle cose fatte insieme. Dentro di me non c’era posto, a meno che non lo volessi io. E io ero decisamente contraria.
Quando ormai era praticamente finita con Francesco, ripresi a viaggiare, per un po’. Potevo ancora abitare nella nostra casa, in sua assenza, ma non riuscivo a viverci. La macchina era sua, ma i treni non mi mancavano.
In fondo volevo solo qualcuno. Volevo riprendere a sentire in bocca la pienezza della parola ‘mio’.
Come ora, uguale, come ieri, come oggi, come sarà certamente domani mattina al risveglio.
Uguale, se non fosse che in mezzo c’è stato altro tempo, altri minuti che si sono sommati, numeri che si sono accumulati; eppure nessun giocatore sballa e perde, perché i numeri non raggiungono alcun punteggio o tetto prestabilito, visto che non c’è alcuna partita in corso. Ma soprattutto, se nessuno sballa e perde, non c’è ancora un vincitore. E quel vincitore non posso essere io.
Avevo, e ho, bisogno di riavere indietro il mio corpo, quel corpo che comincio ad amare solo quando vedo che si comporta bene con qualcuno che non sia io.
A volte sentivo una mano carezzarmi la nuca, come un tempo avrebbe fatto Jules per distrarmi e tranquillizzarmi.
A volte, ancora oggi, mi basterebbe poter abbassare la soglia e far finta che qualcuno penserà a me anche solo fino a domattina.
E sperare che qualcuno non mi lasci sola in casa perché ha da fare altrove rivendicando una libertà che non sono io a negargli.
E anche, che qualcuno non mi ami a rate, a puntate, a condizioni.
E che il suono delle parole ‘ti amo’ non sappia di rancido, di ridicolo, di forzato, ma raggiunga le orecchie come la cosa più spontanea che ci si possa dire, solo perché è il modo più semplice per arrivare a a qualcuno, quel qualcuno da cui non ci si vorrebbe separare, quel qualcuno con cui non bastano i mezzi umani, per.
Ripresi a viaggiare per non sentirmi farneticare a questo modo.
Quando ripresi a viaggiare, prima di cambiare vita, guardavo con disperazione e desiderio le persone in giro. Cercavo di impersonare qualcuno di diverso in ogni treno, per spingermi oltre le mie capacità, per suggerire a me stessa che sarei stata capace di abbassare la soglia, se solo mi fossi allenata a tener duro.
Durante i miei viaggi mi sono fatta baciare, mi sono fatta inseguire, mi sono fatta manipolare e perfino odiare. Allora non ne ero quasi consapevole, ma ora identifico tutti i personaggi, tutte le vittorie, ciascuna sconfitta.
Tornai a casa in un giorno qualunque, con un umore imprevedibile e tutte le mie borse faticosamente trascinate da treno a treno e da stazione a stazione. Con qualche vestito in più e qualche vincolo in meno.
Tornai a casa e feci andare la mia vita in una non ben determinata direzione su cui non sembro avere tuttora pieno controllo.
La mia vita precedente finì senza che fossi in grado di farne cominciare una nuova.
Mi cambiai solo d’abito.
Ora ho ripreso ad andare presto al lavoro per finire presto. Senza guardare la gente negli occhi perché nessuno ha voglia di guardarmi. E, visto che al momento, nessuno mostra desiderio di me, ho spento qualsiasi desiderio di loro.
Non cerco. Mi regalo, se capita, ma non cerco.
Ieri sera una sveglia si è sistemata con molta calma sulle mie sorprese.
Sulla via del mio rientro c’era una musica respingente, a cui non potevo prendere parte.
Di fronte a casa, ebbi la certezza che mi aveva scritto Jules, per farmi sapere di suo figlio appena nato.
Jules e un figlio. Jules e un figlio. Come dire ‘io’, ma senza di me.
Prima di scendere dalla macchina, mi tolsi le scarpe e mi massaggiai a lungo i piedi doloranti, per prendere tempo.
Riuscii a voltarmi solo per pochi secondi, perché vedere la cassetta della posta piena fu come ustionarmi.
Non c’era più fretta.
Faceva caldissimo. Credo, non lo sentivo ma ne ero certa.
Con le scarpe in una mano e le chiavi nell’altra, entrai nel cortile, mi chiusi dietro il cancello, appoggiai la schiena al metallo, scottandomi davvero, e la mia sveglia cominciò il conto alla rovescia.

[2013-01-03 23:57:12]
            

Resti, 19/10/2015 - 15:14

Nei giorni in cui ci stavamo lasciando riempii i tempi fermi leggendo. Come morta, più che morta, sembravo incamerare quei segni piccoli, davanti agli occhi, sulla carta, senza capirne il significato.
Lessi metà dei tuoi libri, non avendone più altri con me. Non avendone di miei. Ne avevo di nostri ma i nostri libri non significavano nulla, in effetti.
Lessi anche quelli che ero certa non mi sarebbero piaciuti. Non ho mai più letto così tanto, come in quei mesi. Lessi anche i classici, quelli noiosi, quelli che mai avrei letto per scelta. Li lessi per non lasciarmi il tempo di pensare a come riempire le giornate.
I classicisti pensano di aver capito il mondo. Credono di essere stati messi a parte di un segreto in più, insieme alle derivazioni italiane dagli aoristi.
E noi non avevamo capito, non stavolta, non c’era scusante.
In casa nostra c’erano sempre stati profumi buoni di cibo. Anche quando non erano granché, la cena o il pranzo. E capitava. Eccome, se capitava.
Le parole ‘casa’ e ‘nostra’ hanno appena finito di lasciare sbuffi nell’aria, che riprendo il filo del libro che sto leggendo. Quello che leggo ora, per scelta, per voluttà per noia.
Come se fosse il primo libro che leggo, mi meraviglio delle parole nuove. Mi meraviglio che finisca ciascun capitolo.
Tanto è solo la mia piccola divagazione sul presente, questo presente attutito e muto. Poi torno al passato, senza futuro.
Nei giorni in cui ci stavamo lasciando faceva caldo. Mi faceva caldo, come dite dalle vostre parti, e mai modo di dire fu più azzeccato, perché era inverno e non poteva far caldo. La tua stanza infatti era gelida, come le nostre conversazioni.
Gelide anche le lacrime. No, non le lacrime in assoluto. Le lacrime sono calde, sono calde perché sfogano una pressione, non possono essere fredde.
Ma le lacrime erano fredde perché non mi curavo della loro scomparsa.
Piangevo in silenzio, di notte, come se fosse ogni volta il primo pianto della mia vita, ed è un po’ così in fondo, perché ogni volta che ho pianto mi è sempre sembrato che fosse diversa dalle altre, che fosse insopportabile, che fosse il massimo livello di sopportazione, che fosse una svolta, che fosse un buon motivo per cedere.
Le lacrime sono fredde quando piangi distratto. Senza passarti le mani sulla faccia, senza controllare cosa ti si sta creando addosso.
Piangi cercando di far finta di non essere tu a piangere, sperando che i presenti non vedano, con la stessa ingenuità di quando cerchi di confonderti tra i fumatori convinta che a fine serata i capelli non sapranno di cenere e la pelle di nicotina.
E così, quando piangi indifferente, sembrano trenta secondi e ne sembrano solo altri trenta e trenta ancora, e pensi che le lacrime si asciugheranno. Loro si asciugano, e quando passi la mano sulla faccia e sotto al collo e alla mascella, in effetti non c’è traccia di lacrime, ma solo di sale freddo che ha lasciato un solco invisibile nella direzione del collo, nella direzione del dolore. Quel sale, sì, è davvero freddo, come i secondi che ti sono rimasti per riflettere. Gli spettatori si girano, e hai qualche secondo per passare una mano feroce sulla faccia, e togliere i residui di questo freddo insolente e impudico, e la tua faccia sa ancora di pianto, ma il freddo rimane in mano. Te la vorresti tagliare quella mano, ma è tua, ed erano tue anche le lacrime, e lo negheresti tutta la tua vita, ma eri tu anche trenta secondi prima.
do you love me? do you love me? saturday come slow…
Eppure il giorno prima mi avevi accolto con gioia. Eri venuto a prendermi alla stazione, eri in ritardo. Sorridente, con la tua giacca un po’ stropicciata e le guance stanche di affanno, per la corsa. Io ero rimasta su una panchina, con un tremendo raffreddore, che non era riuscito a bloccarmi. Seduta e infreddolita, indifferente a quel po’ di febbre che mi portavo dentro da giorni, ero là solo per aspettarti, solo perché sapevo che saresti venuto. Là, con tutte le mie borse e le buste e i libri nuovi comprati come ogni volta, comprati con l’allegria negli occhi e il rimorso delle ore dopo. Mi avevi preso di mano le borse e le buste baciandomi come se non ci fossimo mai separati, felice di vedermi, felice del sole che illuminava la piazza, felice che fossi là ad aspettarti. Era stato soltanto il giorno prima e avevo testimoni, avevo la pattuglia che sorvegliava la stazione, avevo i turisti, avevo tutte le mie cose e perfino le tue.
Ma la mattina dopo nemmeno mi guardavi in faccia; e stavi scegliendo di comunicarmi i tuoi poderosi ragionamenti, le tue conclusioni felici e spensierate, senza di me. Io c’ero, ma avresti preferito scrivermi una lettera, mandarmi un messaggio, farmi una telefonata. Ti guardavi i piedi, poi controllavi il computer, poi pesavi le tue pause e riprendevi a ignorarmi.
Non ce la facevi, e per me non eri un uomo.
Non ce la facevo, ma ero un residuo di donna.
Non ce la facevamo e il mondo attorno era di cartone, come le persone finte che lo popolavano.
Parlavo con i colleghi e le loro facce mi si deformavano nel cervello, si ridisegnavano con contorni grossi, matita numero 2HB, grossa e nera, senza sfumature. Io raccontavo che la mia vita andava a rotoli e loro per fortuna non avevano consigli né bacchette magiche da impacchettare e regalarmi, e io non potevo far altro che guardare le loro facce impotenti e i loro sorrisi di condoglianze anticipate.
Erano fermi.
L’acqua al faro era ferma. E il mare era muto e stupefatto.
Inverno pieno e non avevo la forza di toccare l’acqua, lei così nera e grigia, avrei almeno dovuto provare a familiarizzare, perché mentre il mare mi voleva, la terra mi cacciava.
Il giorno che le nostre vite si spezzarono e la mia si spezzò più forte, per fortuna non c’era nessuno al mare, altrimenti avrei inscenato una commedia sull’acqua. Furono le onde a portarmi in giro, invece. Percorsi correndo il lungomare almeno un paio di volte, in auto. Con la tua auto.
Non sapevo più dove metterla, tutta quell’acqua. Non sapevo più dove mettere me perché in tutta quell’acqua non avevo più un posto.
Una volta mi sarebbe bastato la punta aguzza di uno scoglio. Un angolo di roccia. Ora tra me e le scogliere c’era repulsione, come tra due poli magnetici che si respingono.
Rimasi tutta la notte a mare.
Rimasi finché un po’ di quell’acqua mi entrò, comunque, tutto sommato. Il mare ed io riuscimmo nonostante tutto a parlarci. Un po’ della sua umidità salata divenne mia e un po’ del mio livore assurdo divenne suo.
La mattina alle cinque misi di nuovo in moto la macchina e cercai senza conoscer le strade di raggiungere la stazione.
Attraversai la città a me ancora ignota, che per il momento non avrei cominciato ad esplorare.
Costeggiai lentamente le strade per incrociare lo sguardo dei primi uomini in piedi, i panettieri, qualche giornalaio, e provare a sorridere e a farmi sorridere.
Mi ricordai appena in tempo dell’alba: i pescatori erano ovviamente già lì. Volevano fregarmi sul tempo, ma io ne volevo solo un pezzetto.
L’alba a mare è una specie di risveglio lento e mitigato, prolungamento del riposo uterino, fatica scandita a piccoli passi. Il sole si scalda con un rispettoso silenzio, e il cielo si prepara in tempo. L’alba a mare dovrebbe essere l’opposto del tramonto a mare, e invece cammina così, con semplicità, con calma naturale, con la pazienza dei giusti. Non c’è niente da dire dell’alba a mare, o almeno, le cose che si potevano dire gliele ho dette quella sera, quando eravamo soli, in due, e forse non ci saremmo più rivisti, non a breve.
Feci il rapido calcolo delle persone che potevo incontrare ancora, anche dopo l’alba. Non più di dieci, prima, molto più di cinquanta, ora.
Ormai, troppe. Il mio segreto non sarebbe stato più tale.
Ripresi la lenta marcia verso la stazione.
Non so come, ci riuscii.
Raccolsi le mie ultime risorse e le mie prime perplessità.
Raggiungi la stazione, e anche un verdetto. L’auto, fedele, seguiva le mie mosse.
La stazione, il mare, il porto. Era tutto vicino, tutto a portata di mano. L’auto non voleva decidere al posto mio.
La parcheggiai, la chiusi, la controllai. La guardai, ci guardammo, e mi dimenticai tutto quel che avrei dovuto raccomandarmi.
Sì, fui scrupolosa: la parcheggiai, la chiusi e lasciai le chiavi all’ufficio oggetti smarriti della stazione per andare a prendere un treno. Senza alzare gli occhi dal pavimento arrivai al binario 10, o forse era l’8, o forse non guardai nemmeno il numero; mi caricai sul treno che si era appena fermato evitando con lo sguardo il tabellone così fiero di comunicarmi la destinazione.
Era la tua macchina e nessuno aveva più le chiavi.

[2011-12-13 20:15:14]

Resti, 19/10/2015 - 00:28

Ero lontana da casa. Senza una sede per me stessa, per le mie attività, per i miei ragionamenti notturni e le scene da film diurne, respiravo l'aria romana senza i polmoni adatti a recuperare l'ossigeno. Come avessi avuto gli organi sbagliati: io sapevo solo filtrare l'aria, ma Roma era fatta d'acqua e di branchie non ne avevo. Le giornate passavano costruendo scene astratte, prive di ambientazione, come in una bozza di sceneggiatura frettolosamente appuntata: anche in questo caso, mi mancava l'organo adatto a percepire la bellezza delle persone che incontravo. Ogni cosa sana e interessante mi sfuggiva per costituzione.
Mi guardavo eseguire gesti quotidiani con un'assenza tale che era più automatico recuperarne nella memoria l'origine: intendo dire che, esaurita completamente la mia volontà, vedevo solo altro, vedevo solo gli altri, e collegavo senza pensarci i movimenti che facevo a chi mi aveva insegnato a farli la prima volta, ci vedevo loro e non me. E così, un certo modo di pulire il tavolo da cucina, o sciacquare un piatto, o perfino pulirmi la bocca con il tovagliolo e appoggiare la mano al tavolo dopo essermi tolta gli occhiali ridiventavano azioni primitive, e dentro non c'ero più io, ma mio padre, mia madre, qualcun altro senza nemmeno un volto. Quel modo particolare di sciacquare il tavolo da pranzo con la pezzolina, prima di mangiare, erano le mani di mia madre più corte e nodose delle mie, e così la giravolta che faceva fare ai piatti di cucina per assicurarsi che l'acqua corrente raggiungesse ogni punto del piatto e togliesse ogni residuo di detersivo. E dietro il gesto lento e ostentato con cui gli occhiali venivano sfilati dal naso e appoggiati da qualche parte per poi puntellare il braccio teso sul tavolo, toccando solo col polso e l'inizio del palmo ma lasciando le dita sollevate e chiuse quasi a pugno, ci vedevo la mano carnosa, nervosa e troppo irrorata di sangue come la mia, che era di mio padre.
Ma poi l'elenco dei gesti si perdeva, per fortuna, o meglio si disperdeva grazie a un'indolenza per me rara e dunque provvidenziale.
Alla fine dell'inventario dei gesti ripensavo alle persone, alla giornata, ai miei desideri rimasti in sospeso. Mi prendevo scrupolosamente cura di me stessa, decisa a non tradirmi mai, mai più, ben sapendo che avrei scontato sulla mia pelle ogni singolo minimo cedimento.
La notte dell'ultimo tradimento, in cui si erano ormai sommate troppe paure omesse e rimandate, un incubo rozzo e feroce mi tirò fuori dal sonno venendo a piazzarmisi davanti, sulle ginocchia, senza alcuna intenzione di dileguarsi abbandonandomi alla mia incoscienza.
Il bisogno di compagnia alternativa alla sua mi buttò fuori di casa, a piedi, senza meta né vergogna ("ci si vergogna delle cose brutte, non di quelle belle", questa era la nonna materna a parlare, inaspettatamente ma non per me). Fossi stata in quella che tecnicamente si crede ancora la mia città avrei sicuramente girato poco trovando subito un posto e della gente. Ma era un giorno feriale in una città complicata, e dal momento che le cose complicate mi sono affini, era quello che mi serviva in quel momento. Percorsi vari chilometri per raggiungere senza rendermene conto una zona in cui sapevo avrei trovato vita, musica o entrambe le cose. Una zona fatta per le ore piccole e le persone grandi, o almeno ci speravo.
Entrai in un locale con gente troppo giovane per me, e questo mi aiutò a colonizzare un piccolo tavolino in un angolo senza sentirmi troppo asociale. Non c'era spazio per l'ombra del mio incubo in mezzo a tutti quei ragazzi.
Un unico uomo sicuramente più grande di me era presente nell'intero locale, e conversava al bancone col barista. Aveva un viso stupendo, rilassato e sorridente, e una tranquillità contagiosa. Sembrava che i due si conoscessero, a giudicare dal tono della conversazione, eppure l'uomo stava raccontando al barista qualcosa del suo passato, di cui mi mancava l'inizio ma da cui si poteva intuire che era stato in prigione e da qualche mese aveva trovato lavoro in un'officina a un paio di isolati da lì.
Beveva Coca Cola ("Dopo i problemi di salute che ho avuto non dovrei toccare alcolici, ma uno strappo ogni tanto lo faccio volentieri."), il jeans e le scarpe da ginnastica gli davano un'aria morbida, e il solo particolare ad attirare l'attenzione della gente erano le sue braccia, piene di cicatrici ("Al lavoro metto sempre le maniche lunghe perché non voglio attirare l'attenzione, ma se non sono al lavoro me ne frego, non mi imbarazzano, fanno parte di me.").
Rimasi ad ascoltare da lontano le sue storie per tutta la notte, anche quando non fu più notte, se non per noi pochi rimasti a impedire di chiudere il locale.
Non si vergognava di nulla, per fortuna. Perché anche gli errori che aveva fatto erano per lui qualcosa di positivo, erano la sua vita e non voleva rinnegare niente, non avendo fatto male a nessuno se non a se stesso.
Mi figurai di alzarmi dalla mia tana e raggiungerlo al bancone, senza sapere esattamente cosa potergli dire se non le parole contenute in un sorriso. Ero matematicamente certa di una sua reazione positiva ma non avrei mai voluto sporcare la sua serata con le mie paure rimandate. Il sorriso glielo regalai aspettando il resto alla cassa, quando alla fine dei (miei) conti decisi di incamminarmi sulla strada del ritorno.
Tra le tante cose che sentii scriveva poesie, proprio ora che io non ne leggevo più, pensai.
Entrai in casa quando i primi bar cominciavano a tirare su le serrande. Mi chiusi la porta di casa alle spalle con delicatezza, come per non svegliare nessuno. Mi spogliai, ma senza intenzione di mettermi a dormire, solo per infilarmi sulle lenzuola a pelle nuda, e far finta che la notte coi suoi turbamenti non fosse mai esistita. Tolsi perfino i calzini, io che ho sempre i piedi freddi e non riesco mai a lasciare i piedi nudi, a meno di non essere in compagnia di qualcuno. Cercai sul letto una posizione comoda per pensare e lentamente cominciai a fare l'elenco delle cose che avrei voluto fare in giornata.

[2014-06-27 22:26:30]
            

Catemera, 17/10/2015 - 21:37

Odio la contabilità degli affetti. Odio chi sparla nei camerini e poi glissa faccia a faccia. Odio chi ha paura di parlare, inclusa me stessa quando capita. Odio l'ipocrisia, le lacrime di coccodrillo, le false scuse. Odio chi non sa accettare le distanze e rispettare i tempi per continuare a provare affetto attraverso spazi e anni. Odio chi pensa sia inutile spiegare. E odio anche chi non ha il coraggio di farlo. Odio essere accettata. Odio essere rifiutata senza saperne il motivo. Odio gli snobismi che non tollerano una minima deviazione da ciò che si considera la teoria accettata. Odio gli odiatori professionisti. Odio esser stata definita tale. Odio per caso, sul momento, nel lungo tempo, irrazionalmente, mai sistematicamente, visceralmente. Al massimo, per arrotondare il sabato.

Catemera, 04/06/2015 - 11:37

Il rumore delle porte che si chiudono, dello spazzolino che si infila tra i denti, dell'ultima goccia che risale nella caffettiera e del primo anticipo di separazione, perché tutto è rumore: traccia sonora per la luce che comincia a filtrare senza chiedere il permesso, accompagnamento casuale e sconnesso al silenzio irreale delle prime ore del mattino. Nessun rumore è neutro.
Le gambe si muovono veloci nell'ansia di sorpasso della realtà confezionata e servita, i movimenti sono sinceri ma materiale di risulta, dimenticati sul cantiere ormai chiuso insieme a un non più valido cartello di Lavori in corso. Perfino l'alba rossa in fondo a tutte le strade smette di significare qualcosa oltre la materia.
Fascio vibrante. Sorta di Roma emotiva, tutte le risonanze portano a me. Mi giro per le strade deserte trascinando una ragnatela di legami a tutti gli oggetti e i posti significanti, di cui non voglio sentire le vibrazioni. Fascio che vibra in assenza d'aria non produce suono: sordo come una corda vocale mutilata dalla nascita. Fascio vibrante mutilato, che appare sordo e risulta muto, come chi riesce ancora a percepire il suono ma non sa più come riprodurlo.
Tutte le vibrazioni portano a me, e la mia straordinaria antenna capta e parcheggia, capta e parcheggia. Il cuore si spegne, i sensi si svuotano, la mente si isola e il fascio si fa sordo.

Catemera, 03/07/2014 - 05:10

Luci di palazzi come lampi in lontananza catalizzano la mia attenzione. Tivoli sopra, io sotto. La musica (che non ho ma che immagino) mi suggerisce colonne sonore infilandosi tra i capelli come questo leggero vento che non riesce a infastidirmi.
Cerco di non ascoltarmi perché ho paura di sentire il suono delle mie ferite, tra le parole di chi sto ascoltando da alcune ore. Siamo tra amici, se vuoi puoi anche piangere. Non me lo dicono ma me lo rivolgono col pensiero. Quante volte ancora rimarrò orfana, quante imparerò nuovamente a voler bene? Fa' che accada quel che voglio: che non debba di nuovo scrivere parole su una lapide, che non torni il rimorso di essermi innamorata dell'uomo sbagliato, che non speri nuovamente di adattarmi alla rassegnazione.
Le mie parole scorrono senza troppa importanza, senza altra importanza che veicolare affetto; gli occhi si muovono e fanno il resto, la gola mi si blocca qualche minuto ma riesco a riprendere il filo senza che la Bestia abbia il sopravvento.
Alla prima occasione di contatto le mie difese crollano e gli occhi si riempiono, ma resisto: questo dolore deve morire dove deciderò io. Aspettami paziente, che ora arrivo.

Catemera, 01/06/2014 - 18:26

Due domande giuste, due risposte sbagliate.
- Sei felice?
- Sono in equilibrio.
Perché ho risposto così? Perché avevo paura dello sguardo di ritorno. Perché avrei voluto buttar fuori un limpidissimo no dal sapore malinconico e la serata non lo era.
La semplicità liberatoria del mio no sarebbe stata infelice come me e avrebbe richiesto troppe spiegazioni.
Solo pochi giorni prima scrivevo a Pietro "sto facendo qualcosa che mi piace, anche se per poco, che considerato che al momento non ho altro e mi mancano tutte le cose che vorrei, non è poco, almeno è qualcosa".
- Sei felice?
- Sono in equilibrio. Sono venuto a patti con l'idea di essere infelice.
Ma non è vero. Non riesco ad accettarlo. Mi anestetizzo tanto e a lungo per riprendere a percepire la realtà senza subirla, ma non ho accettato un bel niente. Non ho accettato di essere solo, di non essere innamorato, di essere un sopravvissuto, di sentirmi libero solo quando posso permettermi una delle mie fughe in giro di quelle senza meta.
Non riuscirò mai a fare i conti con il mio bisogno di contatto e la difficoltà di guadagnarmelo.
Sono felice? Non sono felice.
Sono anestetizzato per la maggior parte del tempo ad eccezione dei periodi in cui sento che rischierei di perdermi cose belle, e allora scelgo di togliermi quel sedativo emozionale che mi azzera i dolori ma anche i piaceri.
Sono felice? Sono sospeso in attesa di esserlo.
- Quante volte ti sei innamorato?
- Una... due... tre.
Comincio a raccontare e il cervello mi si spegne. Non so se abbia senso raccontare le mie storie. Raccontano il mio vissuto ma non dell'intensità dei miei sentimenti, o meglio della mia capacità di innamorarmi.
Perché quando non sono sedato mi innamoro in continuazione, non importa se per pochi minuti e ogni maledetto giorno. Mi innamoro sempre.
Sono stato insieme a persone di cui sapevo di non essere innamorato e a volte mi è andata bene, altre mi è servito a capire qualcosa di me: intendo, perché l'abbia fatto pur non volendolo fare.
Forse la domanda migliore sarebbe dovuta essere: "quante volte non ti sei innamorato?". Perché io potessi raccontare qualcos'altro di me, qualcosa di meno semplice e meno immediato da comprendere guardandomi.
Perché il mio bisogno insopprimibile di contatto ha sempre dei motivi gravi per decidere di mettersi in pausa e forse un giorno dovrei raccontarli a chi ha il diritto di conoscerli. E anche, perché di certe persone mi innamoro subito o prima. Ed è difficile anche così, anzi è impossibile dimostrare che non si tratti solo di un banale colpo di fulmine.
Quante volte mi sono innamorato? Escludendo quelle in cui il sentimento era condiviso (no, non ricambiato) direi tutte. Tutte le volte. Tutto il tempo che ho vissuto escluso quello in cui mi sono spento.

Catemera, 24/05/2014 - 14:46

Le gambe morbide dalle ginocchia irriverenti presero posto sul divano allungandosi impudenti in una mossa felina, una di quelle inconsapevoli ma eloquenti, una di quelle che catturano definitivamente il mio sguardo. Lui era lì  calmo e io non lo ero per niente.
Mi scappavano fuori dalle mani tutte le buone intenzioni con cui avevo promesso a me stessa di partecipare alla serata. Erano intenzioni buone per tutti fuorché me.
Si fece scivolare nell'angolo del divano mantenendo lo sguardo fisso sulle mie anche, forse sulle mie ginocchia, forse sulle mie guance, quelle su cui avevo percepito una vampata più volte nell'arco della serata, dopo così tanti anni dall'ultima volta che mi era capitato che nemmeno me ne ricordavo la sensazione.
Rifiutavo il contatto poiché ne avevo bisogno, non incrociavo lo sguardo perché avrei desiderato non distoglierlo, mi negavo ogni cosa che sapevo avrebbe generato dipendenza.

Avrei voluto tutto e per questo scelsi di non prendermi niente.

Catemera, 24/05/2014 - 13:57

L'uomo si tolse il cappello lentamente, per non disordinare i capelli, seppur ricci e scomposti. Sorrise, nel silenzio della sua calma, pensando all'ultima donna che ci aveva infilato le dita, in quei ricci, per scorrerne la morbidezza. Ormai decisamente passato.
Un'estate delle più calde, quella, ma il cappello era necessario per ripararsi dal sole: i suoi occhi non erano più abituati alla luce, non ora che trascorreva quasi tredici ore al giorno in un ufficio situato dieci piani sotto il livello del suolo.
Il tramonto sul mare era puro piacere per gli occhi, e con quel caldo il vento gli portava alle orecchie il rumore delle onde, anche se nella desolazione della strada sarebbe riuscito a sentirle comunque tutte, una per una, come fossero in fila.
Guardava il cappello tra le dita e sorrideva, senza farsi contagiare dalla malinconia di tutte le assenze, e le mancanze. Poteva immaginare l'intera strada come un'estensione di casa sua, ormai, anzi, poteva farlo con l'intera città: si sarebbe potuto seder per terra sull'asfalto, a sorseggiare una tazza di tè, o meglio, considerato il clima, una limonata ghiacciata. Nulla di tutto questo gli generava angoscia. Solo un'enorme serenità colma di aspettative.
Lasciandosi il sole alle spalle, riuscì a tornare in direzione di casa con il cappello tra le mani, senza sentire il bisogno di coprirsi di nuovo gli occhi. Il caldo bollente sulle spalle e sulla schiena, tenace e rassicurante per tutto il tragitto del lungomare, non gli impediva di sentire i rumori degli oggetti, i rumori che immaginava facessero gli oggetti con la loro consistenza, con la loro semplice esistenza. Faceva finta che ci fossero persone a toccare tutto ciò che incontrava lungo la strada, cercava di ricreare vita vera attorno a sé.
L'ingresso del suo palazzo, ormai senza portiere, sembrava spaziosissimo, pur essendo sempre stata una di quelle porticine piccole che si aprono nei portoni più grandi, uno di quei passaggi solo pedonali ricavati nel legno per comodità e sicurezza. Il portiere era sempre stato taciturno ma in continuo movimento, ed era raro rientrare a casa senza trovarselo letteralmente tra i piedi. Fissandosi i piedi, i suoi grandi e lunghi piedi, si ricordò della prima volta in cui aveva incontrato quest'ometto piccolo, a partire dalle scarpe, una mattina che si avviava al lavoro a testa bassa e aveva appunto visto, come prima cosa, i piedi piccini e svelti di quell'uomo che aveva appena cominciato a lavorare nel loro palazzo. Scontrandosi distratto e quasi calpestandolo. Nel cortile del palazzo ormai avanzava solo l'edera.
Aveva perso l'abitudine di chiudere la porta di casa da molti mesi. Non serviva più a nulla: e lasciarla aperta gli dava la sensazione che potesse accadere ancora qualcosa di inaspettato, qualsiasi cosa non si potesse programmare e attendere in modo identico un giorno dopo l'altro. Era a causa di una porta dimenticata aperta che una sera era entrata l'ultima donna di cui si era innamorato. Ossia, l'ultima donna. Cenò usando gli ultimi piatti puliti che riuscì a trovare, seguendo distrattamente la fine di un vecchio film di cui non era più necessario ricordare la trama. Era domenica, il giorno in cui in televisione ancora passavano film in bianco e nero del periodo d'oro di Hollywood. Il giorno dopo avrebbe dovuto ricordarsi di ricominciare la settimana lavorativa.

Eppure aveva ancora quelle abitudini della vita di prima. Dormiva con gli stessi orari. Puntava ogni giorno la sveglia, o meglio, ogni giorno feriale. Anche la mattina dopo, al suono familiare della sveglia, spalancò gli occhi come se quel suono potesse ancora sorprenderlo. Erano le cinque, aveva tempo per tutto, eppure si dava fretta da solo, senza ansia, senza fastidio, con il semplice piacere puro di chi ha ancora qualcosa da concludere.
Si alzò dal letto lasciandosi dietro i resti dell'umidità notturna. Non aveva più senso accendere il condizionatore, con tutta l'aria che poteva circolare dalle finestre e porte spalancate, ma la temperatura continuava a salire, e le lenzuola al mattino erano spesso bagnate.
Fece ogni cosa come al solito, come se continuasse ad avere un senso: farsi la doccia, radersi, profumarsi, vestirsi. Scelse perfino una cravatta, come ogni giorno, nonostante poi ogni sacrosanta volta arrivato in ufficio si rendesse sempre conto di aver faticato moltissimo lungo la strada per non togliersela. In ufficio riusciva a sopportare la temperatura, lì la profondità era ancora l'unico modo di sopravvivere all'assenza di aria condizionata. Ma per strada ogni singolo giorno malediceva il senso del dovere, di quel dovere reso inutile dall'assenza di testimoni.
Scese nel garage e nel buio dal sapore di muffa un tremito delle mani riuscì a turbarlo al punto da far cadere in terra le chiavi della macchina un paio di volte. Fu costretto a poggiare la valigetta sul cofano dell'auto per cercare il mazzo di chiavi tra le ruote e sotto il paraurti. Senza sapere il motivo di quella strana agitazione, rimase immobile qualche minuto, una volta entrato in auto, prima di accendere il motore e uscire dal parcheggio. L'agitazione svanì al secondo incrocio, al secondo di tutta la serie di incroci a cui continuava ligio a fermarsi pur sapendo che avrebbe sempre trovato la strada libera per l'immissione.
Non c'era traccia del sole che gli aveva scottato la schiena lungo la passeggiata di piacere che si era concesso per tornare a casa la sera prima. La città era ancora buia e l'umidità non ancora evaporata gli affannava il respiro. Non poteva essere solo l'ansia che gli era partita dalle dita.
Al semaforo rosso si fermò a pensare all'eventualità di cercare il paio di chiavi di riserva che sicuramente doveva aver conservato nel cassettone in camera da letto. Non gli balenò nemmeno un attimo in testa l'ipotesi di disfarsi dell'automobile, data la breve distanza tra casa e ufficio. Era uno dei ganci che continuavano a trainarlo in una parvenza di normalità: e forse, detto tra noi, fare ogni giorno quei pochi passi a piedi nel silenzio dei palazzi avrebbe rischiato di generargli disorientamento.
Allungò il percorso di un paio di chilometri per raggiungere il distributore di benzina, anche se continuavano a chiamarsi così pur distribuendo ormai solo quello strano surrogato di carburante che negli ultimi anni di vita globale era stato generato dal riciclo degli ultimi rifiuti. Di quelli, ce n'erano sempre stati in abbondanza, e i distributori self service garantivano rifornimento praticamente illimitato. Fece il pieno, poi ripartì, badando di non superare i limiti di velocità dei centri abitati: d'altro canto, a voler essere pignoli, la legge non aveva mai precisato come, quanto, o quando abitati. Il rumore placido del motore sembrava suggerirgli sempre la cosa giusta da fare.

Arrivò al Palazzo di Controllo, facendo il giro fino al retro per parcheggiare nel suo posto, quello assegnato da quando era stato assunto quattordici anni prima, in un periodo di traffico così intenso che a volte era necessario litigare nonostante il posto fosse suo di diritto.
Entrò nel grande e lucido edificio, fatto di specchi e di corridoi con l'eco. Timbrò il cartellino senza fretta, poi si diresse verso l'ascensore. Durante quei dieci piani in discesa verso il buio continuò a pensare a quello strano tremito e a come disfarsene. Di fronte all'uscita dell'ascensore, si fermò qualche istante a frugare nelle tasche per cercare le monete giuste, e al distributore automatico proprio in fondo al corridoio prese una cioccolata calda per cominciare la giornata con le mani piene e la bocca dolce.
Con calma si avviò alla sua stanza, di fronte all'ascensore e all'inizio dello stesso corridoio. La porta della stanza doveva essere sbattuta per il vento, perché era stranamente socchiusa. Entrò e controllò rapidamente con lo sguardo tutto quel che gli capitò sotto gli occhi. Tutto uguale a come lo aveva lasciato venerdì sera. Appoggiò la valigetta sulla scrivania, facendosi spazio tra tutti i dischi esterni ormai in disuso, che aveva rottamato nel corso delle ultime settimane. La aprì e ne estrasse le carte necessarie a cominciare la giornata. Il computer acceso continuava a distribuire dati, come era giusto che fosse.
Lo schermo era andato in spegnimento automatico. Con le carte in mano, l'uomo si avvicinò alla scrivania e lo riaccese, per poi prendere posto sulla sedia girevole.
Un piccolo minimale riquadro sullo schermo dichiarava:
TERRITORIO MONITORATO 28%
TEMPO RESIDUO STIMATO non disponibile
VITA UMANA 0

L'uomo riprese a sorseggiare la cioccolata calda badando di non sporcare le carte estratte dalla valigetta.
La settimana era appena cominciata.

(da un'idea di Roberto Sidoti)

Resti, 05/05/2014 - 09:58

L'ultima volta che ti ho visto eri sul mio letto ed eri leggerissima. La cosa più pesante erano le tue lacrime mentre cercavi di raccontarmi una frazione delle tue angosce.
Avevi sospeso il tempo, ritagliandolo solo per te e me, fino a notte fonda, finché la notte non è affondata sotto tutte le parole che sono sbucate fuori. Eppure ne ricordo pochissime. Ricordo che avrei voluto aggrapparmi in qualche modo alle tue guance per rassicurarti, con la stessa testardaggine con cui ora vorrei esserci, e non trovo il modo, non ne conosco uno valido.
Quella sera eri come trasparente. Vestita di nulla, scura e riccia. In fondo eri venuta a cercarmi. Mi ha assalito la paura di saper esplorare le tue.
Ho avuto timore di toccarti e non trovare per te una stretta che non finisse per essere una morsa.
Prima che te ne tornassi esausta a dormire nel tuo letto, avrei voluto a disposizione un modo, uno qualsiasi, per farti sentire il bene che ti volevo, un modo intimo come il sesso e rispettoso come il silenzio, un modo definitivo e totale, avrei voluto poter fare l'amore con te senza toccarti, perché passasse l'affetto e non si confondesse col desiderio.

Catemera, 14/03/2014 - 08:34

Entrai nella stanza senza sentimento. Io, senza sentimento; la stanza e chi la abitava, uniti dalla stessa passeggera assenza di sentimento.
Le mie scorte di sentimento si erano inutilmente esaurite nell'arco di tutta la notte, per scoprire soltanto, una volta di più, che sono fin troppe le persone che non considerano il sesso qualcosa di speciale, un modo per comunicare e scavalcare strati. E che quando invece ne trovi una, in qualche modo è necessario rispondere a quel contatto e nutrirlo.
Entrai nella stanza accanto a quella dov'era il letto come in una scena di un film, con una coperta avvolta addosso, ma non per quel ridicolo pudore di cui si vestono i personaggi dei film quando si riparano dallo sguardo della persona con cui hanno scopato tutta una notte. L'unico pudore che mi appartiene è quello del dolore, e di quello ero ricoperta su tutto il corpo. Avevo bisogno di nasconderlo, con la scusa del freddo.
Ero in debito con lui. Dovevo regalargli qualcosa di speciale, e avrei fatto in modo da impiegarci tutto il giorno, per scontare tutta la notte. Mentre lo guardavo fare colazione capii quale sarebbe stato il modo.
- Vuoi anche tu del caffè?
- Sì, grazie. Lascia, faccio da sola.
Il censimento delle sue ossa a contatto con le mie era ancora fresco nella mia testa mentre finivo di bere accanto a lui.
- Voglio fare un patto con te.
- Di che parli?
- Tu ieri sera mi hai chiesto di raccontarti qualcosa di me e io non ero pronta.
- E ora è cambiato qualcosa?
- Ora mi va di raccontare.
- E quale sarebbe il patto allora?
- Ci sono cose che non riesco a scrivere. Se riesco a raccontarle ora, le scriverai tu. Ti dirò tutto, ma poi dovrai scrivere questa storia a modo tuo.
Non sorrise subito. Cambiò sedia, per sistemarsi di fronte a me, e non accanto. Avvolse con le sue lunghe dita la tazza ormai vuota di latte ma ancora calda, suppongo per goderne il calore.
Con lo sguardo perso verso la finestra chiese in un sussurro:
- Dopo starai meglio?
- Lo spero - risposi.
Allora finalmente mi sorrise dritto negli occhi, alzando l'altra mano per indicare un punto dietro di me.
- Passami quella penna.

Catemera, 13/03/2014 - 08:43

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